La Collana storica della Banca d’Italia è uno dei fiori all’occhiello di via Nazionale. Pubblicata fino al 2011 da Laterza e oggi da Marsilio si propone di mettere a disposizione degli studiosi analisi, documenti e statistiche. Qualche settimana fa è uscito l’ultimo volume, L’Italia e l’economia mondiale, una specie di enciclopedia della storia economica della penisola curata da Gianni Toniolo (insegna a Tor Vergata) che ha messo al lavoro almeno una trentina di studiosi. In uno dei contributi più interessanti Nicholas Crafts e Marco Magnani tentano una valutazione  complessiva dell’impatto dell’euro sull’economia italiana.

I due citano le intenzioni dei sostenitori della moneta unica (Guido Carli: “I vizi italiani si superano importando le virtù dell’Europa”) e i vantaggi dell’euro: tassi di interesse allineati alla media europea con importanti benefici sul bilancio pubblico (costa molto meno finanziare il debito), prezzi stabilizzati, maggiore concorrenza. Nelle intenzioni di tutti  la moneta unica avrebbe dovuto imporci una maggiore disciplina fiscale, una maggiore attenzione alle spese pubbliche, Così però non è stato, o non è stato fino in fondo. E quel che è peggio la nostra produttività, la capacità di produrre in maniera efficiente, è peggiorata anno dopo anno.  Così tra il 1999 e il 2009 i prezzi dei nostri manufatti in confronto a quelli prodotti nel resto d’Europa sono aumentati del 7,5%  contro un aumento del 5% in Francia e zero in Germania.

Alle fine ci siamo ritrovati che non abbiamo fatto le riforme per migliorare il sistema produttivo, le nostre aziende hanno perso competitività in termini reali (senza guardare cioè alla moneta), ed abbiamo comunque una montagna di debiti (una palla al piede che ci costringe a tenere alte le tasse e ci rende schiavi dei capricci e delle paure degli investitori che devono finanziare il debirto pubblico).

Ma c’era un’alternativa? Con la lira saremmo stati meglio?  La risposta di Magnani e Cratft è un deciso no e per spiegarlo i due partono dagli anni 70. In quel periodo l’Italia ha iniziato ad avvitarsi in una spirale di inflazione e spese pazze del settore statale. Allora avevamo la possibilità di svalutare e avevamo aziende più competititive. Eppure da soli non siamo riusciti a vincere né i prezzi impazziti ne le follie fiscali (che solo l’ancoraggio europeo ci ha dato una mano a correggere), né a fare le riforme per aumentare la produttività.

E allora il difetto qual è? Come mai ci stiamo adagiando in una irresistibile stagnazione? Ce n’è per tutti. Per la politica che si è fossilizzata in una contrapposizione prima ideologica e poi ancorata a concreti interessi elettorali senza riuscire a trovare un accordo per modernizzare il Paese. Per le imprese che non hanno retto alla esigenza di innovare prodotti e tecnologie, e che spesso si sono arroccate in inadeguate strutture proprietarie familiari o piramidali. L’euro, insomma, è solo uno (e non il peggiore) tra i nostri problemi.  E probabilmente hanno ragione due economisti come Alberto Alesina e Francesco Giavazzi: le regole europee, come il limite del debito al 3% del Pil, sono stupide.  Ma sono anche  le uniche che cercano di mettere un freno alla nostra incapacità di tenere i conti in ordine.

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