Come sempre accade in Italia anche il dibattito sull’euro è diventato un match tra tifoserie. E nei talk show attaccare la moneta unica è come agitare il drappo rosso di fronte al toro, serve a suscitare l’applauso degli spettatori e a fare bella figura, assolvendo la propria parte politica da decenni di politiche economiche sbagliate. Per questo ogni tentativo di riportare il dibattito sul piano dei fatti e dell’argomentazione razionale diventa prezioso . Tanto più se a scrivere di euro (“33 false verità sull’Europa”, appena uscito per il Il Mulino)  è uno degli uomini che hanno gestito le vicende della moneta unica come Lorenzo Bini Smaghi,  dal 2005 al 2011 componente del consiglio esecutivo della Banca centrale Europea  e oggi presidente della Snam.

L’obiettivo (centrato) di Bini Smaghi è chiaro sin dal titolo: demolire la tante false verità diventate valuta corrente nel dibattito pubblico italiano. Si parla di Europa politica e di Europa economica ma i miti più persistenti e numerosi sono proprio quelli sulla moneta unica. Forse il più antico riguarda il valore di conversione della vecchia lira. “L’euro è una moneta sbagliata sin dal cambio iniziale: vale 1936 lire e rotti. Un’assurdità che ci ha impoverito da subito”. Di solito per smontare l’obiezione basta chiedere all’interlocutore che valore avrebbe considerato corretto. Le risposte variano dalle mille lire di chi confonde forza delle moneta e ricchezza dei cittadini (ma trascura che un cambio così sopravvalutato avrebbe in un colpo fatto saltare per aria metà dell’industria italiana)  alle 2000 in su di chi dimentica che  nel momento in cui  i valori furono fissati, nel 1998, non si potevano ignorare i valori correnti di mercato, o i problemi di inflazione che un cambio sottovalutato avrebbe comportato. La verità, spiega Bini Smaghi è che “ i problemi dell’economia italiana  non hanno niente a che fare con il modo in cui è stata effettuata la fissazione del cambio tra la lira e l’euro, anche se fa comodo pensarlo perché così si scaricano le colpe sul passato”.

Lo stesso meccanismo  scatta quando si parla di competitività dell’industria italiana e del potere salvifico di una svalutazione legata all’uscita dell’Italia dall’euro: è l’unica strada, si dice,  per far ritornare concorrenziali i nostri prodotti all’estero. Ma se i problemi dell’industria italiana fossero tanto legati alla moneta unica non si capisce perché abbiamo perso competitività in termini di costo anche nei confronti degli altri Paesi dell’euro. Che c’entra la moneta se i costi della nostra industria salgono di più che in Francia?  Eppure il tema della possibilità di svalutare  è diventato un cavallo di battaglia di molte forze politiche. Servirebbe davvero una svalutazione? O, come dicono gli economisti, sarebbe una soluzione di cortissimo respiro, i cui effetti sarebbero annullati in breve tempo dalla successiva inflazione, legata ai maggiori costi dei prodotti importati e alla tradizionale indisciplina delle politiche fiscali e retributive? Se la svalutazione fosse una buona politica la Nigeria sarebbe il Paese più ricco del mondo,dice un vecchio adagio. Ma chi chiede l’uscita dell’Italia  dall’euro sembra non badarci.

Un altro mito è quello della necessità di abbattere il vincolo “stupido” del rapporto deficit-Pil al  3%  per spendere di più e stimolare  la domanda interna. Ma non è quello che abbiamo fatto fino a ora? Il continuo aumento della spesa pubblica negli anni dell’euro  (e in quelli precedenti)  non è servito a far vivere un intero  Paese al di sopra dei suoi mezzi?  E non è stato proprio questo, una sorta di incentivo ai settori meno esposti alla concorrenza internazionale, a causare quella lievitazione di prezzi e costi che ha messo molte aziende fuori mercato? Sembra abbastanza evidente che la soluzione alla crisi non può essere la ripetizione degli errori del passato.

Molto meglio di quanto si possa fare in questo post Bini Smaghi  passa in rassegna e demolisce le “idées reçues” sulla moneta unica. La conclusione: per l’Italia i problemi non nascono dall’euro ma  “dal fatto che dopo l’entrata dell’euro  i comportamenti degli operatori economici italiani, sia quelli pubblici che quelli privati, non si sono adeguati alle esigenze di un’area monetaria integrata”. Detto in parole povere: lo Stato ha continuato a spendere e spandere, i salari sono saliti  indipendentemente dalla produttività, le rigidità che indeboliscono il sistema produttivo non sono state risolte e alla fine i costi delle nostre aziende sono saliti più di quelli delle imprese straniere. Ovvero: con la moneta unica abbiamo agganciato  la Serie A dell’economia europea, ma poi abbiamo continuato a giocare come si fa nelle serie minori.  Un’uscita dall’euro  sarebbe il definitivo e doloroso riconoscimento che l’Italia può partecipare solo ai campionati di provincia.

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