La campagna elettorale è iniziata e i partiti hanno ormai lanciato lo sprint per il voto del 25 maggio. Ma l’esito delle prossime elezioni europee è più che mai un’incognita. Non solo perché, come è ovvio, l’orientamento degli elettori si conoscerà solo a urne aperte. A essere cambiate sono le regole. E nessuno può essere sicuro di come verranno applicate per la prima volta.  Il tema è semplice: chi sarà il prossimo presidente della Commissione europea? L’attuale numero uno , Josè Manuel Barroso è stato scelto a maggioranza qualificata  dal Consiglio Europeo (in pratica dagli Stati membri della Ue)  e poi votato a maggioranza assoluta  dal Parlamento. Da questa tornata elettorale, però, entra in vigore il trattato di Lisbona (firmato nel 2007), con una novità importante: d’ora in avanti quando il Consiglio europeo sceglie il candidato alla  poltrona di presidente della Commissione deve tenere conto dei risultati delle elezioni per il Parlamento. Per questo tutti i gruppi politici rappresentati a Bruxelles hanno scelto il loro candidato di riferimento (i principali concorrenti sono l’ex premier lussemburghese Jean Claude Juncker per il partito popolare e il tedesco Martin Schulz per i socialisti) parlando delle prime vere e proprie elezioni “politiche” a livello continentale .

A questo punto potrebbe sembrare tutto chiaro: chi prende più voti è il candidato naturale per la nomina. Ma le cose non sono così semplici. Tanto per cominciare: per essere eletti ci vuole la maggioranza assoluta dei deputati (sono 751) e non è mai successo nella storia delle elezioni europee che qualcuno sia riuscito ad ottenerla. I sondaggi per il 25 maggio danno in vantaggio i Popolari con poco più di 220 seggi (contro i 274 attuali) seguiti dai socialisti con circa 200 seggi (195 oggi) mentre i cosiddetti non iscritti (in pratica gli euroscettici) salirebbero da 30 a una novantina. Nessuno è dunque in grado di far eleggere il proprio uomo e dopo il voto il minimo che ci si possa aspettare sono manovre e trattative tra i gruppi politici. Già si parla di una Grosse Koalition tra socialisti e popolari sul modello tedesco che potrebbe portare alla ribalta nuovi nomi. Tenendo conto tra l’altro che in pochi mesi  ci saranno da scegliere, oltre al presidente delle Commissione, il numero uno del Consiglio europeo che succederà a Herman Van Rompuy , e l’alto rappresentante per la politica estera al posto di Lady Katherine Ashton.

Ma sul cammino di una scelta “politica” del Presidente c’è un ostacolo ancora più grande: i governi, e soprattutto quello tedesco,  non ci stanno a passare la palla ai parlamentari  eletti. Angela Merkel l’ha già lasciato trapelare: non possiamo farci dettare la scelta dall’Aula di Bruxelles, ha detto qualche settimana fa. E del resto il dettato letterale del trattato di Lisbona, con l’obbligo semplicemente di “tenere conto” del voto, lascia aperta la porta a interpretazioni riduttive.  Tutti gli elementi combinati portano a una conclusione sola. Nonostante l’affannarsi di Juncker e Schulz, che si sforzano di presentarsi come gli unici candidati alla guida dell’esecutivo, il processo di scelta non dovrebbe discostarsi molto da quello del passato: una trattativa dietro le quinte tra governi con un ruolo di play maker affidato al colosso tedesco.

Tag: , , , ,