Una delle figure più interessanti  della tangentopoli legata al veneziano Mose è Roberto Meneguzzo,  numero di Palladio Finanziaria. Non è un costruttore, non dipende dagli  appalti, non lavora abitualmente con gli enti pubblici. Meneguzzo è un finanziere, gestisce portafogli, tratta partecipazioni azionarie, guida quella che aveva l’ambizione di diventare la Mediobanca del Nord Est. Eppure, secondo le accuse, è lui che si offre per fare da tramite tra Giovanni Mazzacurati, presidente del Consorzio Venezia nuova, e Marco Milanese, ex braccio destro del ministro Tremonti. Secondo i magistrati  è Meneguzzo (nel mirino tra l’altro per corruzione) il trait d’union che porta allo scambio tra un provvedimento legislativo voluto da Mazzacurati  e una mazzetta da 500mila euro.

Per il finanziere  vicentino non vale la spiegazione subito utilizzata da un altro imprenditore veneto, Enrico Maltauro ( finito anche lui agli arresti ma per le tangenti dell’Expo milanese) : “Pagavo perché altrimenti non lavoravo”. Meneguzzo lavora tranquillo ai piani alti del sistema economico. Anche se pure qui gli scossoni non mancano. La procura di Trieste indaga da qualche tempo su due ex potenti manager  delle Assicurazioni Generali, Giovanni Perissinotto e Raffaele Agrusti. E al centro dell’indagine ci sono gli opachi rapporti tra il vertice del  colosso assicurativo e alcuni azionisti veneti costati al gruppo triestino qualche centinaio di milioni di perdite. In prima fila  tra questi azionisti c’è proprio la Palladio di Meneguzzo.

Sempre parlando di supermanager il vero deus ex machina di tutta la vicenda è il già citato Mazzacurati : è lui a guidare il consorzio a cui lo Stato ha affidato la costruzione del Mose, è lui a creare un sistema corruttivo complesso, dalle dimensioni inedite e di fronte al quale le posizioni dei singoli politici appaiono tutto sommato marginali. Più che una vittima del sistema politico-affaristico appare il lucido organizzatore di una macchina ben oliata.

Tutto questo per dire che è vero che alla base di tutte queste storie di corruzione ci sono una politica e una burocrazia famelici e onnipresenti.  Ma parlare, come si faceva una volta, di una politica cattiva e di una imprenditoria innocente, costretta a tenere dei cattivi comportamenti per sopravvivere, appare davvero fuori luogo. Gli esempi dimostrano che non c’è un paese legale corrotto e un paese reale naturalmente buono. Le cose, purtroppo, sono più complicate. E la paura è che almeno parte dell’imprenditoria veneta, che tanto  ha dato al Paese, ora abbia fatto l’abitudine alle scorciatoie.

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