Povero Jean-Claude Juncker. Sul candidato di punta del partito popolare alle ultime elezioni europee si è scatenata una lotta di potere con pochi uguali nella storia delle istituzioni di Bruxelles. Non è, ovviamente, una questione personale. O almeno non è solo una questione personale. In ballo non c’è tanto la poltrona di presidente della Commissione europea, quanto la decisione sul futuro della stessa Unione.

A esprimere con chiarezza tutta anglosassone il problema legato alla candidatura Juncker è stato il premier inglese David Cameron. Nel recente vertice in Svezia tra quattro primi ministri di Paesi del Nord Europa ( Gran Bretagna, Germania, Olanda e per l’appunto Svezia) ha posto la questione in questi termini: dobbiamo impedire che il Parlamento europeo acquisisca altri poteri passando per la porta di servizio; siamo noi, leader democraticamente eletti, a dover scegliere chi gestirà le istituzioni europee, non un Parlamento che cerca un nuovo ruolo che però i cittadini non gli hanno affidato con un voto. Per Cameron considerare automatica la scelta di Juncker è fare un altro passo verso quell’Europa Federale, quel supergoverno di Bruxelles tanto odiato dall’opinione pubblica britannica (e non solo). Per gli avversari del politico lussemburghese il futuro dell’Europa è ancora e sempre da leggere in un quadro di rapporti interstatuali: la determinazione di velocità e direzione del percorso devono restare saldamente in mano  ai governi e alle opinioni pubbliche nazionali.

Su come andrà a finire la partita neppure il più esperto tra i frequentatori dei palazzi di Bruxelles è in grado di sbilanciarsi.  Le cronache raccontano dei complicati calcoli a cui si dedicano quotidianamente funzionari e diplomatici. Sì, perché il Consiglio Europeo che deve dare il via libera al prossimo presidente della Commissione si esprime  con un complicato sistema di voti ponderati in base alla popolazione. In pratica i Paesi più grossi pesano di più (Italia, Germania, Francia e Gran Bretagna hanno per esempio 29 voti a testa). I voti complessivi sono 352 e siccome la decisione va presa con la maggioranza dei due terzi  basta che Paesi con un peso complessivo pari a 93  dicano no per bloccare ogni decisione. Per il momento Cameron ne ha raccolti poco più di 70. Basterebbe che uno dei colossi si schierasse dalla sua parte per fargli vincere la partita anti-Juncker.

La grossa incognita rimane Angela Merkel. E sul suo ruolo gli analisti sono divisi. C’è chi valuta le sue ultime mosse confuse e incoerenti e chi al contrario  ne sottolinea l’astuzia machiavellica (non a caso in Germania la chiamano Merkiavelli). Personalmente io sto con questi ultimi: in termini generali la  Cancelliera è d’accordo con Cameron nel rifiutare ogni allargamento dei poteri del Parlamento. Non può permettersi però di venire meno a uno dei principi che la Democrazia Cristiana tedesca ha propagandato nell’ultima campagna elettorale (il leader dello schieramento che ha riportato più voti governa). L’impressione è che stia manovrando in modo che sia qualcun altro a toglierle le castagne dal fuoco eliminando lo scomodo Juncker dal campo di gioco.

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