Chi sta pagando di più la crisi? L’Italia sembra essersi infilata in una spirale negativa al ribasso che la spinge sempre più indietro verso il passato. Uno dei dati più significativi in questo senso è la diminuzione del numero delle iscrizioni all’Università. Meno iscritti, meno laureati uguale meno “capitale umano” per costruire il nostro futuro. Il calo emerge da una ricognizione della European University Association, EUA che ha monitorato l’impatto della crisi sul sistema universitario in 17 paesi europei.  Tra il 2012 ed il 2013 nove di essi hanno aumentato la quota di fondi pubblici destinata all’Università mentre altri 8 segnano il punto meno.  Tra i paesi che registrano un più 10 per cento Austria e Islanda all’opposto negativo, meno 10, Grecia ed Ungheria. In Italia si segnala una sostanziale stabilità nell’ultimo anno ma i fondi dal 2008 ad oggi sono scesi del 12 per cento e se si tiene conto dell’inflazione del 14. In questi stessi anni un paese come la Norvegia ha percorso il cammino contrario incrementando i finanziamenti destinati all’istruzione universitaria del 10 per cento.  I sistemi universitari europei non sono strutturati in modo identico ma i ricercatori estraggono comunque alcuni elementi chiave di riflessione. I paesi che hanno voluto, e soprattutto potuto, investire di più lo hanno fatto nel settore della ricerca. Dove invece si è stati costretti a tagliare  sono stati colpiti soprattutto il personale e le infrastrutture.

Come è cambiato il rapporto tra gli investimenti pubblici ed il Pil nei paesi presi in considerazione? In Austria, Croazia, Germania, Islanda, Polonia e Svezia la percentuale di fondi destinata alle Università rispetto al Pil è salita. Nella Repubblica Ceca, in Grecia, Ungheria, Italia, Lettonia, Lituania, Norvegia, Portogallo, Slovacchia, Regno Unito invece nel rapporto col Pil la percentuale e’ diminuita. Ma anche questi dati vanno analizzati. Il più significativo e decisamente invidiabile è quello della Norvegia che ha sì incrementato i fondi pubblici destinati all’Università ma ha pure visto crescere ancor di più il suo GDP (Gross Domestic Product, ovvero il Pil) e dunque il rapporto in percentuale è diminuito. Mentre per l’Italia la costante decrescita del finanziamento rispetto al Pil corrisponde ad una reale diminuzione dei fondi alla quale si aggiunge pure l’inflazione.

Uno dei criteri per decidere l’ammontare dei fondi è anche quello del numero degli studenti iscritti anche se valutato in modo diverso nei vari paesi. Fra  quelli considerati è da registrare l’esplosione di iscrizioni in Turchia: più 50 per cento nel periodo 2008/2012. In Italia il numero degli studenti diminuisce  come in Lettonia Polonia e Slovacchia.  Un dato letto come negativo dai ricercatori qualunque possano essere le ragioni di una simile diminuzione: economiche o demografiche. In ogni caso la perdita di capitale umano che ne consegue rappresenta un’ulteriore rallentamento per la crescita del paese. Non solo. Meno studenti non vuol dire meno costi soprattutto nel breve periodo visto che alcuni costi, ad esempio quelli per le infrastrutture, sono fissi.

Tra le soluzione auspicate nella ricerca anche quella di rivolgersi ai privati per avere più fondi che però, avverte la EUA, non possono certamente diventare sostitutivi di quelli pubblici. Gli Stati devono puntare ad un sistema universitario sempre più forte e vedere i costi del settore come un investimento per superare la crisi. Che cosa deve e può fare l’Italia? Il Pil della Norvegia,  che cresce grazie al petrolio, è un miraggio inafferrabile è ovvio. Ma la distanza non potrà che aumentare se non si riesce ad invertire la tendenza. Intanto i nostri ragazzi laureati vanno a lavorare al mercato del pesce di Bergen d’estate per guadagnare qualche soldo in fretta e per guardarsi intorno, trovare qualcosa di stabile in Norvegia o magari in Germania perche’ i dati, inesorabili, ci raccontano che stiamo tornando ad essere un popolo di emigranti.

Tag: , , ,