Si torna  a parlare di Luigi Di Bella e della sua terapia, oggi ancora praticata da suo figlio Giuseppe che ha raccolto la sua eredità. Una sentenza del Tribunale di Lecce ha riconosciuto come fondato il ricorso di una donna ammalata di tumore imponendo alla sua Asl si riferimento non soltanto di fornirle la terapia a spese del servizio sanitario nazionale ma anche di risarcirla di quanto aveva fino a quel momento speso di tasca sua per ottenere quelle cure, circa 25.ooo euro.

Continuo a pensare che non possano essere i giudici a ordinare una cura contraddicendo pareri medici ed ho chiaramente ribadito questo concetto già espresso per il caso Stamina in un pezzo uscito sull’edizione odierna del Giornale a pagina 15 e ripreso anche su questo sito. Le reazioni dei nostri lettori sono sempre piuttosto forti quando si tocca l’argomento “salute e possibili terapie” e  noto che si tende spesso a scegliere posizioni manichee schierandosi con quelli che si ritengono i “buoni” contro i presunti “cattivi” . Un tipo di atteggiamento che secondo me è soltanto controproducente mentre è importante avvicinare certi argomenti con la mente sgombera dai pregiudizi ovvero da un lato che ci si trovi di fronte per forza ad un ciarlatano e dall’altro che invece ci sia una lobby mondiale del male,una sorta di spectre della scienza, che frena le nuove scoperte nel campo della medicina.  Nel delicato campo della salute la tifoseria non è la scelta migliore.

Ho seguito il caso Di Bella all’epoca. Alcuni dei nostri lettori ricordano che allora Il Giornale diede un forte credito a Di Bella e alla sua terapia.  Personalmente non mi schiero ma cerco di capire, almeno ci provo.  Ricordo bene i giorni in cui  i malati e le loro famiglie arrivarono nel cuore del potere a Roma riuscendo ad ottenere che il ministero della Sanità, allora retto da Rosi Bindi, autorizzasse una sperimentazione della terapia Di Bella. Ricordo soprattutto alcuni volti. Quello di una giovane mamma bionda e piena di lentiggini, si chiamava Patrizia, che mi raccontò la storia del suo bambino che la medicina ufficiale aveva condannato a morte e che invece poi, giurava lei con gli occhi pieni di lacrime, era stato salvato dal professor Di Bella ed era completamente guarito. Credere a lei e a tutti gli altri non soltanto  sarebbe stato facile ma anche bello e  rassicurante. Dall’altra parte però c’erano i medici,  oncologi di fama mondiale, che  trasecolavano all’idea che si potesse pretendere di curare il cancro con quel preparato. La sperimentazione venne fatta e tutti sapete come andò a finire: la terapia fu bocciata come inefficace ma la storia non è mai finita perché la terapia continua ad essere praticata e sono molti quelli che continuano a crederci.  I medici che allora condussero la sperimentazione spiegarono che era assurdo pensare che la terapia Di Bella potesse funzionare per tutti i tipi di cancro come allora sosteneva il professore. Il preparato conteneva effettivamente alcuni principi attivi già usati in chemioterapia per alcuni tipi di tumore ed è per questo, spiegarono allora, che in alcuni casi la terapia poteva dimostrarsi sul breve periodo efficace. Non solo. Mi spiegarono che le cure ufficiali fanno star male mentre la terapia di Bella è molto meno invasiva quindi il paziente giustamente reagiva molto meglio alla somministrazione della cura di Bella.

Penso che sia pieno diritto di ciascuno di noi curarsi come vuole ma ovviamente qui  la questione in ballo non è la libertà di cura ma chi paga. Su  questo punto l’analogia con il caso Stamina è evidente:  il servizio sanitario nazionale deve o non deve pagare queste cure ai pazienti che le richiedono? Si può accettare il principio per il quale possano essere caricate sulle casse della sanità pubblica cure non riconosciute e non validate?  E’ ipotizzabile che vengano distolti fondi da protocolli sperimentati per finanziare invece terapie che non hanno superato il vaglio della sperimentazione clinica così come viene fatta in Europa ed in Usa? Io personalmente ritengo non sia giusto ma mi rendo conto che la fiducia nelle istituzioni è scarsissima quindi il fatto che una cura sia accreditata dalla medicina ufficiale e un’altra no non sembra fare molta differenza. E la scarsa fiducia nelle istituzioni da parte dei cittadini è un problema delle istituzioni che dovrebbero saperla conquistare e mantenere.

Per concludere va fatto notare che queste sentenze a favore della terapia in realtà non aprono la strada alla gratuità del metodo Di Bella. Anche in questa ultima sentenza a favore della terapia di Bella (Tribunale di Lecce Giudice del Lavoro Francesca Costa)  il giudice accoglie sì il ricorso della paziente ma fa notare che <la classificazione dei farmaci operata dalla Cuf  (Commissione Unica per il Farmaco) non potrà mai essere inficiata da un diverso parere di un consulente tecnico nominato dal giudice d’ufficio, espresso sulla base dei dati personalmente sperimentati nel corso della sua professione> perchè <l’apprezzamento tecnico, sia pure lodevole, di un singolo professionista non può di per sé portare il giudice a disattendere le valutazioni tecniche assunte collegialmente da esperti particolarmente qualificati sulla base di studi clinici controllati>.  E allora perché il giudice accoglie il ricorso della malata? Perchè <l’efficacia terapeutica di un farmaco e la sua insostituibilità può essere sempre provata nel caso concreto>. Insomma  si può decidere caso per caso. La sentenza  non  comprova l’efficacia della terapia di Bella in assoluto ma soltanto in questo specifico caso.

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