Negli ultimi dieci anni le immatricolazioni sono inesorabilmente scese.  Un’emorragia continua dai 338.000 del 2003 ai 260.000 dell’ultimo anno accademico. Dunque 78.000, potenziali, laureati in meno. A lanciare l’allarme sul calo delle iscrizioni all’Università  è il portavoce di Link Coordinamento Universitario http://www.coordinamentouniversitario.it/, Alberto Campailla, i dati sono del Ministero dell’Istruzione, http://www.istruzione.it/ , anche se non sono definitivi. L’Italia dunque  è sempre più lontana dal raggiungimento dell’obiettivo fissato dalla Ue entro il  2020: il 40 per cento di laureati. Ed il nostro paese già nel 2012 era in fondo alla classifica per numero di laureati nella Ue dove si registra una media del 36 per cento di laureati tra i 30 ed i 34 anni contro quella italiana del 21,7.

Le ragioni sono complesse e non tutte esclusivamente legate alla crisi economica. Certamente le famiglie hanno meno soldi da spendere ma non solo.  Se da un lato diventa sempre più difficile accedere all’Università per motivi economici e per lo sbarramento posto all’inizio con i test d’accesso per le facoltà a numero programmato dall’altro i giovani e le famiglie sono sempre più convinti del fatto che la Laurea purtroppo non rappresenti più la garanzia  di trovare un lavoro prima o di guadagnare di più rispetto ad un non laureato. Una ricerca condotta da Almalaurea già un paio di anni fa aveva rilevato come a distanza di cinque anni dal conseguimento del titolo di studio  (per i laureati dal 2000 al 2006) gli stipendi si fossero ridotti del 17 per cento. Un giovane laureato nel 2000 a distanza di cinque anni guadagnava 1.500 euro. Un giovane laureato nel 2006 dopo cinque anni ne guadagnava appena 1.249.

Gli studenti puntano il dito contro le politiche di taglio ai finanziamenti e il restringimento dei canali di accesso agli Atenei ma non solo. Sul banco degli imputati anche i Rettori che hanno risposto alla diminuzione dei fondi con l’incremento delle tasse universitarie. I Rettori, accusa Campailla <hanno la responsabilità di essersi preoccupati soltanto di arraffare le poche risorse rimaste invece che opporsi allo smantellamento del sistema universitario>.

In questo quadro fosco che vede da decenni l’Università italiana scendere inesorabilmente nelle classifiche internazionali degli Atenei migliori sono proprio i Rettori a lanciare un appello al premier incaricato, Matteo Renzi.  All’ex sindaco di Firenze la Crui chiede 4 cose.

1)° Un Piano straordinario per assumere i giovani ricercatori. Negli ultimi 5 anni 10.000 ricercatori sono rimasti fuori per il blocco del turn over. E chi ha potuto è andato all’estero a spendere le sue competenze.

2)°Più fondi per il diritto allo studio, stimando che un giovane su 4 resta escluso dall’Università per motivi economici.

3)° Rafforzare l’alleanza tra formazione e mondo del lavoro in tutte le aree attraverso azioni di defiscalizzazione

4)°Semplificazione normativa

 

Il premier in pectore per il momento si è limitato ad affermazioni piuttosto generiche sul’importanza della scuola e dell’istruzione. Intervistato da Lilli Gruber durante il programma Otto e mezzo nel settembre scorso ha però avanzato un’ipotesi più definita. Ecco che cosa ha detto <Come sarebbe bello se riuscissimo a fare cinque hub della ricerca, cosa vuol dire? Cinque realtà anziché avere tutte le università in mano ai baroni, tutte le università spezzettatine, dove c’è quello, il professore, poi c’ha la sede distaccata di trenta chilometri dove magari ci va l’amico a insegnare, cinque grandi centri universitari su cui investiamo..le sembra possibile che il primo ateneo che abbiamo in Italia nella classifica mondiale sia al centoottantatreesimo posto? Io vorrei che noi portassimo i primi cinque gruppi, poli di ricerca universitari nei vertici mondiali>. Un progetto ben lontano dalle richieste della Crui e degli studenti.

 

 

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