Film indipendente per sale indipendenti, Fascistelli, la pellicola che Stefano Angelucci Marino, quarantenne autore e regista teatrale lancianese al primo ciak, ha tratto dal suo omonimo romanzo (edito nel 2013 da Il Cerchio, menzione speciale al premio John Fante) sarà in distribuzione nazionale da fine marzo grazie alla JR Studio di Foggia di Roberto Moretto, coproduttore del film e curatore della fotografia. Una fotografia straordinaria che ritrae gli immoti e assolati scorci della Civitella Messer Raimondo, piccolo borgo rurale dell’Abruzzo montano in cui il sedicenne Vittorio Brasile (interpretato dal bravissimo Manuel Scenna), “per farsi una reputazione da bastardo”, decide di iscriversi al Movimento Sociale Italiano. Siamo nel 1993 ed è curioso notare come il film, proiettato in anteprima al Teatro Studio di Lanciano il 27, 28 e 29 gennaio scorso –  esattamente vent’anni dopo il congresso di Fiuggi che vide la nascita di Alleanza Nazionale – sia stata l’unica voce (auto)critica sull’esperienza politica che di lì a poco si sarebbe consumata. Attenzione, però. Stefano Angelucci Marino non ha realizzato un documentario. Non è, la sua, una Palombella nera. Si limita, per così dire, a restituire quel sentimento di ribellismo, tutto affatto politico, che condusse molti ragazzi a militare a destra senza alcuna prospettiva di “carriera”, nella consapevolezza di farsi molti nemici e raccogliere pochi onori. Finendo con l’andare incontro a brucianti disillusioni. Lo ha fatto a modo suo, da uomo di teatro, con un film a cavallo tra la pièce teatrale e il cinema neorealista, affidando l’impresa a maschere grottesche, tragicomiche, a tratti sarcastiche, ma non per questo meno verosimili. Lui stesso, del resto, interpreta un “classico” Tonino Fendente, nomen omen, capo del Msi locale, fascista duro e puro, talmente irriducibile da accettare con estrema disinvoltura la svolta moderata: governare il paese con l’onnivora democrazia cristiana in cambio di una poltrona da vice sindaco, gestire qualche appalto, piccoli lavori, un’assunzione in nero, briciole di potere. Il tutto tra una gita a Predappio per visitare la tomba del duce e rinfocolare la fede dei suoi (pochi) attivisti e una riunione di sezione necessaria a tenere a freno i velleitarismi rivoluzionari del giovane Vittorio. Sì, perché del duce, pace all’anima sua, a Vittorio interessa ben poco – figuriamoci: i suoi eroi sono Mister No e Capitan Harlock – ma anche solo l’idea di ritrovarsi in compagnia dei democristiani lo atterrisce. Vittorio non si lascia allettare da promesse e lusinghe, ma anche lui “tiene famiglia” e quando “sistemano”, si fa per dire, suo cugino, dovrà starsene tranquillo. Almeno per un po’. Il resto lo scoprirete andando a vedere questo film dolce e amaro, capace di far ridere, commuovere e riflettere. Ammesso e non concesso che arrivi in tutte le città. Perché in Stefano Marino Angelucci resiste il giovane Vittorio che è stato: non chiede favori. Non cerca scorciatoie. Non c’è un solo centesimo pubblico nella produzione, delle spese del film si sono fatti carico, non senza sacrifici, la richiamata JR Studio di Foggia, il Teatro Studio del Sandro di cui Stefano è il direttore e gli amici che hanno creduto nel progetto e lo hanno sostenuto. Pochi mezzi, compensati da tanto entusiasmo e duro lavoro. Il costo complessivo per quattro settimane di riprese è stato di 15mila euro. Nel film, però, figuravano alcune immagini tratte da servizi Rai d’epoca e per evitare di spenderne altri duemila – dovuti per i diritti relativi a inserzioni Rai e materiale dell’Istituto Luce – si è tornati di corsa a girare. Sostituite tali scene, confezionato definitivamente il film, montato degli ottimi Marco Adabo e Roberto Moretto, Fascistelli si offre al pubblico come il più imperfetto e bello dei film. Perché come ha scritto Marco Cimmino, giornalista e storico di destra, nella recensione pubblicata da Barbadillo.it, Fascistelli “è un film imperfetto, eppure non aggiungerei un’inquadratura, non cambierei una battuta, perché è stata la storia, la nostra storia, a essere imperfetta e imperfettamente va raccontata”. Certo, qualcuno obietterà che non tutti i dirigenti di quel glorioso partito erano dei cialtroni come Fendente. Di sicuro ce ne sono stati molti, così come tanti, ormai disincantati uomini di mezza età, potranno riconoscersi nel giovane Vittorio, nei suoi sogni ingenui di ragazzo che voleva combattere un sistema che tutto finisce con assorbire, assimilare, digerire, come una grande spugna. Tutto. Ma non tutti.

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