inaugurazioniPESCARA. Didascalia senza nomi. Perché è una realtà che si è dimostrata una volta di più soap. Saporifera. L’ennesima inaugurazione con tanto di taglio del nastro, rigorosamente verdebiancoerosso. Annuncio. Foto. Titoli sui quotidiani. Siamo a Pescara e manca solo il sacerdote a benedire la nuova Radiologia al distretto sanitario di Pescara Nord ma dallo scatto è passata una settimana e il reparto non funziona. Manca il personale, pare. Intendiamoci, non è né la prima né l’unica passerella inutile. Striscia la notizia c’ha creato un genere, al riguardo. Magari di qui a qualche mese lo stesso reparto verrà inaugurato un’altra volta. E saremo ancora lì a battere le mani. Tutti, meno quelli che hanno bisogno di una lastra o di un’ecografia. Siamo un paese con la memoria così corta che non mancheremo di esultare e lasciarci scappare un bell’evviva! Ad Avezzano, per rimanere in Abruzzo, c’è un Interporto costato decine di milioni di euro di fondi pubblici (32, più o meno) – iniziato all’inizio degli anni Novanta, però, quando c’era ancora la lira – che è stato inaugurato almeno cinque volte e ogni volta con politici e dirigenti diversi. Sembrava dovesse iniziare a funzionare l’indomani e invece è stato (parzialmente) utilizzato dalla Croce Rossa Italiana solo in occasione del terremoto di L’Aquila del 2009 per smistare i soccorsi. Finita l’emergenza, esaurito il suo ruolo. Non è mai stato aperto ed è lasciato a degradare giorno dopo giorno. E non è il solo. Analoga sorte per gli autoporti di Roseto, Castellalto e San Salvo, anch’essi realizzati da anni e lasciati a marcire. Quel gran genio del nuovo presidente della Regione, Luciano D’Alfonso, creativo democristiano di sinistra, ideatore di una suggestione (la “Regione Veloce”) che, come tutti gli slogan, si è rivelata un cappio al collo nei dolenti giorni seguenti alla campagna elettorale, alla fine non s’è trattenuto più e l’ha confessato: l’opera non è strategica, non rientrerà nella mappa degli insediamenti strategici. No, non perdete tempo a interrogarvi o a tradurre dal politichese: significa che, se a qualcuno potesse interessare, cosa di cui francamente dubitiamo, è in vendita. Basta cambiare la targa posta all’ingresso (Centro Smistamento Merci della Marsica) e investire qualche migliaia di euro (forse qualcosa di più) per ritirarlo a lucido. Tutto sta a trovare compratori disposti a investire. E vedere cosa ne pensa la Corte dei Conti, ovviamente. L’amletico dubbio, tuttavia, è un altro: quella del 1861 fu vera Unità o si trattò, anche in quel caso, dell’inaugurazione di un’Italia mai nata? Rinnovata di celebrazione in celebrazione come una cambiale in scadenza, l’Italia è mai diventata una nazione? Ai posteri, con la risposta, le forbici per il taglio del nastro. Tricolore, of course.

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