MENNEAE adesso chi ce lo ridà Pietro Mennea? Il rischio è di averlo irrimediabilmente sostituito, nell’immaginario collettivo, con il giovane Montalbano, con l’immagine di un Mennea ben diverso, decisamente più belloccio – l’attore Michele Riondino – ma privato delle sue caratteristiche più autentiche: la determinazione esasperata ed esasperante, una capacità di sacrificio che non ha (non ha avuto e probabilmente non avrà) eguali nel mondo dello sport e poco spazio lasciava ai sentimenti. Vederlo nell’agiografia confezionata da RaiUno, la notte prima della decisiva gara di Mosca del 1980, piagnucolare con il suo mentore per aver deluso “la donna della sua vita”, ce ne ha restituito un altro: molliccio, debole, insicuro, disperatamente romantico. Rassicurato con tempestività dalla bella Elena Radonicich (nel ruolo di Manuela, la futura moglie di Mennea) accorsa nella capitale sovietica, l’amore trionfa e di conseguenza anche il campione. E trionfa, nei numeri (25% di share), anche la miniserie: due puntate dense come uno sceneggiato d’antan. Non potremmo definirlo altrimenti per via di quel retrogusto vintage che lo rende distante anni luce dalle fiction moderne. Peccato che l’incontro con Manuela (classe 1966) – come precisato anche nei sottotitoli – nella realtà risalga al 1990, quando Mennea aveva smesso di correre ed era agli inizi della sua professione di avvocato. Una delle diverse forzature cui il regista Ricky Tognazzi (coadiuvato al soggetto e alla sceneggiatura da Simona Izzo e Fabrizio Bettelli e dal fratello Gian Marco nel cast, per non farsi mancare nulla) ha fatto ricorso per toccare le corde più sensibili del pubblico e mostrare il lato umano di un personaggio che nella vita è stato sin troppo spigoloso. Spigoloso è il professor Carlo Vittori, l’allenatore interpretato da un Luca Barbareschi – nella doppia veste di attore/produttore con la sua Casanova Multimedia – perfettamente a proprio agio nel recitare più che altro se stesso: sigaretta alla mano, scostante, esagerato, teatrale. In definitiva, a conti fatti, record e medaglie incassate, c’era davvero bisogno di santificare il campione di Barletta facendo ricorso a tutti i luoghi comuni possibili e immaginabili? Le origini proletarie, il riscatto del ragazzo del sud, la retorica dello sport in grado di cambiare il mondo (con strizzatina d’occhio ai riferimenti culturali della sinistra dell’epoca) che fa di Mennea un atleta “sociale”, una specie di rivoluzionario prestato alla velocità… Non sarebbe stato più onesto, utile e persino appassionante un docufilm o un documentario vero e proprio montato con pezzi di repertorio e interviste? Un documentario che raccontasse l’intera vicenda dell’atleta e dell’uomo divorato dalla fretta di arrivare, mai domo, mai veramente soddisfatto, e poi sconfitto dal cancro quand’era ancora troppo giovane, appena 61 anni. Quel che resta della fiction è, per quanto ci riguarda – come spesso accade con film tratti da libri che abbiamo amato – la spiacevole sensazione che manchi di fedeltà e che una storia complessa e per certi versi contraddittoria finisca nel tritacarne della soap. Liberamente tratta. Liberamente maltrattata. Con ancora negli occhi il volto monoespressivo di una spaventata Vittoria Puccini che annaspa nel tentativo impossibile per chiunque di interpretare Oriana Fallaci, quel che preferiremmo è una televisione che le storie se le inventi di sana pianta piuttosto che restituirci bignami rimaneggiati e fotocopie sbiadite. “La fatica non è mai sprecata. Soffri, ma sogni”, diceva Mennea. Ecco, qualche sforzo e sogno in più ce lo aspettiamo, dalla nostra televisione. Opinione personale, s’intende, malgrado il plurale maiestatis.

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