diazTortura o non tortura? Introdurre o meno il reato di tortura? La sentenza di Strasburgo ce lo chiede senza tanti complimenti e, del resto, che chi si è macchiato di sangue nella mattanza della Diaz di Genova sia rimasto impunito è  inconcepibile (inaccettabile, sconcertante, abominevole… e tutti i peggiori aggettivi che vi possono venire in mente, io li condivido a prescindere). Com’è possibile? Semplice: il reato di lesioni, l’unico imputabile, si è prescritto. Puff. Sparito. Certo, alcuni sono stati condannati per falsa testimonianza e falso ideologico, ma non hanno scontato neanche un giorno di galera. Neanche Gianni Tonelli, segretario del Sap, il sindacato autonomo di polizia – quello che salutò i poliziotti accusati per il caso Aldrovand con una raccapricciante standing ovation – ha grandi difficoltà ad ammettere che ci furono responsabilità gravi da parte di chi decise l’operazione e che attraversarono tutta la catena di comando. Dettaglio non trascurabile: responsabilità non accertate. Vogliamo evitare che accada di nuovo? E tortura sia. Un consiglio per gli amici di destra (politici, simpatizzanti, elettori): evitate quel patetico riflesso condizionato che vi/ci porta a dire: ma così si penalizzano le forze di polizia… Chi ben si comporta, chi rispetta le regole, non ha nulla da temere. Chi, indossando una divisa, si sente un Dio, salvo poi nascondersi vigliaccamente dietro la prescrizione dei reati commessi, merita tutto il nostro disprezzo e quello dei colleghi, la cui reputazione viene minata proprio da taluni comportamenti ingiustificabili. E rilancio: credo sia giusto inserire il codice identificativo sulle divise di poliziotti e carabinieri impegnati in ordine pubblico. Se tu chiedi a me chi io sia, perché io non posso chiedere chi sei tu? L’impunità è anticamera della prevaricazione. Noi che da ragazzi manifestavamo contro il sistema, per quanto rincoglioniti, non possiamo essercene dimenticati. A meno che non siamo noi stessi diventati sistema.

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