partigianiIl 25 aprile è la festa di tutti? No, basta scorrere le pagine dei principali quotidiani per capire che questo 25 aprile in particolare segna, semmai, un passo indietro in una pacificazione nazionale che non c’è mai stata davvero. Sbianchettate con disinvoltura le verità storiche (le ombre sulla Resistenza) emerse a fatica negli ultimi anni, continuano a raccontarci le solite bugie. Il Corriere della Sera, in materia, sta pubblicando una collana di romanzi sull’epopea resistenziale a tinta unita (intendiamoci: tra cui alcune opere pregevoli di autori eccellenti, preziose testimonianze di un’epoca complessa), malgrado i fazzoletti rossi abbiano avuto un ruolo men che marginale, per usare un eufemismo, nella liberazione del nostro Paese. E si siano macchiati di crimini inenarrabili che pochi hanno avuto il coraggio di raccontare (storie che ovviamente non hanno trovato alcuno spazio nella collana). E, fosse dipeso da loro, avrebbero trasformato l’Italia in una polverosa periferia dell’Unione Sovietica, con buona pace della riconquistata democrazia. Ma va bene così, è la retorica a tenere in piedi questo vecchio paese di reduci di professione, intellettuali da salotto e millantatori che vivono di ricordi inventati. Onore ai tanti eroi della Resistenza, perché ce ne sono stati, anche in tempi non sospetti. Detto questo, però, due righe, due parole che non siano di sprezzante dileggio e superficiale condanna, vogliamo dedicarle anche a tutti coloro che, per tener fede alla parola data, per coerenza ideale, con la buona fede che a tanti resistenti improvvisati mancò, continuarono a combattere “dalla parte sbagliata” una battaglia che sapevano già persa? Per quanto mi riguarda, è a loro, a quei ragazzini neanche maggiorenni che si presentarono pallidi e spaventati ma con il sorriso davanti ai frettolosi e annoiati plotoni d’esecuzione partigiani (ben descritti da Curzio Malaparte ne La Pelle), che rivolgo un pensiero affettuoso. Luciano Violante, che nel suo discorso di insediamento alla presidenza della Camera, spese parole coraggiose su di loro, oggi accenna un’imbarazzata retromarcia, quasi a giustificarsi, sottolineando, in un’intervista al Messaggero, che c’è sempre stato un certo numero di giovani che, in certe circostanze storiche, “scelgono la violenza, come dimostra anche il terrorismo”. No, caro Violante, i violenti erano democraticamente distribuiti tra fascisti e resistenti comunisti (perché per i “bianchi” non c’è mai stata gloria) e il nuovo fascismo – quello che bisogna sempre combattere, come ripetono orgogliosamente i rivoluzionari da tastiera – è il pensiero unico che tutto domina e controlla, l’intolleranza mai dissimulata nei confronti dei vinti, il disconoscimento della loro onestà intellettuale, il calpestarne ancora una volta la morte con una sufficienza oltraggiosa e disgustosa. Questo è – come ebbe a dire Anna Maria Ortese sul caso Priebke: “Lasciate cadere i bastoni. E i lupi feriti di tutto il mondo, rispettateli” – il fascismo dei nostri giorni. Per non parlare di atteggiamenti come quello di un primo ministro, leader del partito di maggioranza, che sostituisce dieci membri del suo partito da una commissione parlamentare, colpevoli di voler pensare con la propria testa, per sostituirli con altrettanti yes man. Mussolini non avrebbe fatto di meglio. No, il 25 aprile, con questi toni e argomenti, non è e non sarà mai festa nazionale. Non fino a quando ci libereremo davvero di questa retorica grottesca, tronfia di omissioni e spudoratamente autoreferenziale.

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