sergioEccomi Sergio, arrivo con un giorno di ritardo, tirato per i capelli (che non ho più, ma quando avevo la tua età erano lunghi come i tuoi), e non perché ti abbia dimenticato. Mi sono imposto tempo fa di non scrivere dei “caduti” di quella guerra civile fuori tempo massimo, ma non potevo lasciare che, dopo averti massacrato a colpi di chiave inglese quel 13 marzo del 1975, i soliti nostalgici dell’antifascismo tornassero a infierire anche sul tuo ricordo. Mentendo. Come hanno sempre fatto. No, una semplice didascalia – Sergio Ramelli, assassinato il 29 aprile del 1975, giusto quarant’anni fa, dopo quarantasette giorni di agonia – non è sufficiente. Non racconta tutto. Non racconta niente. Non racconta quel poco tempo che la vita ti ha destinato e che pure hai riempito con entusiasmo. Avevi diciannove anni, amavi ascoltare le canzoni di Celentano, come gran parte dei tuoi coetanei, ti piaceva il calcio ma non eri un ultras, non lo eri neanche in politica, a dirla tutta. Della federazione del Msi ti interessavano soprattutto i libri. Ricoverato in ospedale con una gamba fratturata, te ne facesti portare tanti e tua madre avrebbe voluto nasconderli. Perché a quei tempi bastava avere il Giornale in tasca per diventare un bersaglio. E il bersaglio lo diventasti quando, scrivendo un tema di attualità nel gennaio 1975, ti permettesti di criticare le Brigate Rosse, ricordando il duplice omicidio dei missini padovani Giuseppe Mazzola e Graziano Giralucci e sottolineando come lo Stato italiano non avesse espresso il cordoglio per la morte di due padri di famiglia, colpevoli solo di militare nel partito di Almirante. Lo Stato, anzi il Consiglio comunale di Milano, farà persino peggio: un applauso saluterà la morte di Ramelli annunciata da un incredulo e affranto Tommaso Staiti di Cuddia, all’epoca consigliere comunale della città lombarda. Quel tema ti venne strappato di mano e affisso nella bacheca scolastica dagli zelanti compagni del Collettivo di Avanguardia Operaia del Molinari. “Ecco il tema di un fascista“, recitava la scritta, rigorosamente rossa. Da allora la vita tua e quella della tua famiglia divennero un inferno. Insulti, umiliazioni, vessazioni. Ti costrinsero a riverniciare i muri dell’istituto da “scritte fasciste”, ma non si trattava dell’innocuo nonnismo di compagni più grandi e un po’prepotenti. A nulla valse la richiesta di trasferimento ad altra scuola che tuo padre rivolse al preside. Le intimidazioni si trasformarono in aggressioni fisiche. “Ramelli fascista sei il primo della lista”. La sentenza di condanna a morte arrivò prima di un qualsiasi processo. E persino il giorno del tuo funerale, quei vigliacchi telefonarono ai tuoi familiari per rinnovare le loro minacce. Lo ha raccontato tua madre Anita prima di morire, il 23 dicembre 2013. In tutti questi anni è rimasta nella vostra casa, dalle cui finestre si scorgeva il luogo in cui l’agguato si consumò. Ti afferrarono in quattro e ti colpirono in testa con la micidiale Hazet 36, senza pietà, anche se – ebbero a giustificarsi gli assassini in una lettera a tua madre – “non avevano nulla di personale” contro di te. “Il fatto di pensare in modi diversi diventava causa di violenza gratuita”, ebbero il “coraggio” di scrivere. Tuo padre Mario, invece, omaccione in buona salute, si consumò in quattro anni di dolore che finirono per minargli il cuore. Tua madre non ha mai chiesto una lira di risarcimento e lo rifiutò quando la sentenza di condanna dei tuoi assassini finalmente arrivò. Sì, perché il processo si tenne solo nel 1987. Pene miti, come può esserlo la primavera romana. Meno di dieci anni. Sette, mi sembra, per i tuoi carnefici. Uno di loro, se non ricordo male, adesso è primario ospedaliero. Ma va bene così, ha scontato la sua piccola pena, ha avuto indietro la sua vita, quella che a te è stata rubata. Quel che non va bene è che ancora oggi su L’Espresso ci sia chi si permette di mettere in dubbio la tua “qualità” di martire. Te la saresti andata a cercare, Sergio. Perché, diciassettenne, partecipasti alle manifestazioni del “giovedì nero di Milano”, quando gli studenti di destra invasero la Casa dello studente di viale Romagna e l’istituto magistrale di Piazza Ascoli con tutto quel che ne seguì.  Non venne accertata alcuna tua responsabilità in quel che accadde, ma – come ha scritto Pietrangelo Buttafuoco sul Fatto di ieri, “le radici dell’odio non hanno mai smesso di germogliare”. Ed è quello stesso odio che ha dato alle fiamme, l’altra notte, in quanto di destra, la libreria Ritter di Milano, facendoci fare un balzo all’indietro nel tempo e riportandoci nostro malgrado negli anni Settanta, in quella Milano in cui Indro Montanelli venne gambizzato (“giornalista ferito”, commentarono timidamente i quotidiani). “Un rewind consumato tutto in una notte – scrive il giornalista e scrittore siciliano – e nessuno azzarderà solidarietà, figurarsi analisi”. Solo bugie, insinuazioni, mistificazioni.

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