belloliQuattro lesbiche!”. Questo sarebbe lo sprezzante giudizio sul movimento calcistico femminile espresso da Felice Belloli, presidente della Lega nazionale dilettanti. Un dilettante allo sbaraglio, Belloli, degno successore di quel Tavecchio la cui impunita impudenza in espressioni omofobe, fino a ieri, sembrava impareggiabile. Lui nega, naturalmente. Ma a tradirlo ci sarebbe – il condizionale rimane d’obbligo – il verbale della riunione del 5 marzo del consiglio di dipartimento del calcio femminile della Lega. “Basta! Non si può sempre parlare di dare soldi a queste quattro lesbiche“, avrebbe tuonato l’ex fedelissimo di Tavecchio. Il documento è firmato dal vice presidente vicario (con delega al calcio femminile) Antonio Cosentino, che s’è preoccupato di portarlo personalmente in Procura. Chissà cosa ne pensa il bell’Antonio (Cabrini, of course), allenatore del’Italrosa. Chissà cosa ne pensa Giovanni Malagò, presidente del Coni. Chissà, in primo luogo, cosa ne pensano le 10mila lesbiche tesserate. Poche, pochissime, in confronto alle colleghe degli altri paesi europei: dal milione  e 200mila della Germania alle 200mila della Spagna passando per le 600mila inglesi e le 400mila francesi. Numeri eloquenti che confermano, a essere garbati, l’inadeguatezza di chi dovrebbe dirigere e promuovere il nostro calcio. Una cosa è certa: se Tavecchio, col suo Optì Pobà, è rimasto dov’è, Belloli merita un avanzamento di carriera. Perché evidentemente rappresentano la maggioranza del mondo del calcio, un sottobosco tribale e incolto, in cui una certa predilezione per gli “affari” e il disprezzo per donne e negri rimangono incontenibili must.

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