rimini

Rimini è uno dei romanzi più stupefacenti del rimpianto Pier Vittorio Tondelli, mai adeguatamente ricordato. Lo ristampa la Bompiani con una nuova(?) edizione, con “Rimini Compilation” a cura di Fulvio Panzeri (e va bene così, perché si tratta di un critico che l’ha studiato per anni, sia pure offrendone una lettura parziale, parziale come tutte le critiche ideologiche). Quel che non si capisce è perché accompagnare il testo con una postfazione di Elisabetta Sgarbi, deus ex machina della casa editrice. Forse la spiegazione, l’unica, è proprio questa. In ogni caso, più in generale, questa prassi di introdurre, spiegare, inquadrare i romanzi nel contesto socio-economico-storico-politico-bla-bla, è semplicemente offensiva per il lettore. Avete qualcosa da dire su Tondelli e su Rimini? Scrivete un bell’articolo, una ricca recensione o anche un bel saggio di critica letteraria (a me interesserebbe, per dire), ma lasciate liberi i romanzi di vivere di vita propria. La vostra mediazione da maestrini non aggiunge nulla, semmai sottrae, circoscrive, interpreta, ingabbia un autore che quel che aveva da dire lo ha detto con i suoi libri. Lasciateci godere Tondelli, senza spiegarcelo. Non siamo idioti. Copio-incollo, per chi volesse conoscere la mia opinione sul romanzo, l’articolo che scrissi il 7 settembre del 2006, quasi dieci anni fa, per il Secolo d’Italia (direzione di Luciano Lanna). E commentate, dite la vostra, opponetevi. O prima o poi avremo sempre più prefazioni e postfazioni che romanzi, è matematico.

Rimini non gliel’hanno perdonato, a Pier Vittorio. Storiella estiva, l’hanno liquidata arricciando il naso gli ortodossi del tutto è politica. Romanzo di consumo, hanno sentenziato i critici impegnati, alternando stroncature a più indulgenti tiratine d’orecchie e sottolineando malevoli come Tondelli, nato in Feltrinelli, si fosse affrettato a vendersi all’editore Bompiani. Niente a che vedere con la vena più autentica dello scrittore – l’hanno rimbrottato – che già pensavano di schierare in camicia rossa contro il sistema. Sì, perché quando Tondelli esordisce venticinquenne con Altri libertini (Feltrinelli, ’80) la forza dirompente della sua scrittura è un cazzotto nello stomaco di una società letteraria mai stata così conformista. I sei racconti che compongono l’opera suscitano scandalo. Viene sequestrata dall’autorità giudiziaria e considerata «luridamente blasfema» (Tondelli viene successivamente assolto e il libro torna in circolazione). Sotto accusa è il linguaggio crudo e la tematica autobiografica dell’omosessualità, presente anche nel successivo Pao Pao (’82), sigla di “Picchetto Armato Ordinario”, l’educazione sentimentale di giovani militari di leva «in balia di trasferimenti e ordini e comandi». E’ con Rimini (’85), però, che arriva il successo di vendite: oltre centomila copie. Siamo tanti, evidentemente, ad accompagnare il ventisettenne milanese Marco Bauer, giornalista rampante, nel suo nuovo incarico di responsabile della Pagina dell’Adriatico nel capoluogo romagnolo. E chi di noi non ha desiderato sin dalle prime pagine la bellissima e ammiccante collaboratrice Susy o provato stizza per le pachidermiche reazioni del vecchio corrispondente Zanetti? Mentre divampa l’estate e Rimini esplode di vitalità, la trama si tinge di nero con il misterioso ritrovamento in mare del cadavere di un notabile della sinistra democristiana, il senatore Attilio Lughi. Bauer, improvvisatosi investigatore per conto del giornale, scoprirà la verità salvo poi vederla bruciare nel rogo di un incidente e la cenere seppellita in un gioco più grande di lui. Ma Rimini è un romanzo tutt’altro che moralista, scritto con un originale stile cinematografico e rappresentato in uno scenario compiutamente postmoderno nel quale si restituisce, come in un videoclip, l’euforia del sogno collettivo degli anni Ottanta. Il romanzo diventa così il contenitore ironico, effervescente, mondano, di tante storie personali, brevi ed intense, nelle quali pulsano di vita le mitologie nazionalpopolari e quel misto di kitsch da spiaggia e da discoteca che fa parte a pieno titolo dell’immaginario giovanile. E su tutto c’è la musica, assordante o lieve, sempre, perché di musica Tondelli è onnivoro e scrivere per lui è come cantare: «è il mio modo di far sentire la mia voce». Ma a dare fastidio ai palazzi della cultura c’è soprattutto l’indelicatezza di aver raccontato un caso di corruzione politica – siamo ancora lontani da Tangentopoli – di cui è protagonista un democristiano. «E’ uno che parte dalla Resistenza e poi flirterà coi gruppi dell’estrema sinistra. Il problema principale di questa sinistra cattolica era se entrare nella società per farla diventare cristiana oppure restarne fuori, se mettere le mani nel potere e sporcarsi oppure non sporcarsi. Noi sappiamo quale è stata storicamente la scelta, quella di sporcarsi le mani e magari di farle sporcare anche a tanti altri» ha detto Tondelli. Il libro non viene presentato a Domenica In, nonostante fossero stati presi al riguardo precisi accordi con la direzione della Rai. E’ lo scrittore a raccontare l’episodio di censura: «La versione ufficiale è che, trattandosi di una rete democristiana, non si poteva parlare di un democristiano. Non so aggiungere altro». E non può aggiungere altro, perché l’aids l’ha portato via nel ’91, a soli trentasei anni. Da allora non hanno fatto altro che tirarlo per la giacchetta, le sue opere non sono state soltanto lette, cosa auspicabile, ma studiate, vivisezionate. Dopo la sua morte, infatti, non è mancato chi ha cercato di incasellarlo nel proprio schieramento ideologico, di farne un’icona generazionale, un santino, un militante postumo. Fa sorridere, ad esempio, che lo scorso anno, in occasione, del 50° anniversario dalla nascita, la festa nazionale dell’Unità abbia voluto celebrarlo. Mentre dal versante opposto si muove un inconsueto quanto articolato fronte cattolico, composto da Avvenire e da Civiltà Cattolica e guidato da padre Antonio Spadaro, che lo vorrebbe “Santo” invocando la religiosità degli ultimi anni. Le due letture, entrambe tendenziose, pongono i loro accenti su aspetti diversi e contrastanti del percorso umano e culturale, prima che letterario, di Tondelli. Quasi che non fossimo davanti soprattutto ad uno scrittore delle emozioni, sulla scia dell’amatissimo John Fante, che lo scrittore emiliano riscoprì in Italia prima di chiunque altro. «Le mie storie sono emotive. Dopo due righe, il lettore deve essere schiavizzato, deve sudare e prendere cazzotti, e ridere, e guaire, e provare estremo godimento. Questa è la letteratura». Non riconosce altri maestri che Louis Ferdinand Céline: «Grande genio, vera letteratura di potenza, Altri libertini si basa sulla sua lettura». A dispetto di una cultura ufficiale che impone il verbo “sinistro” dell’internazionalismo, Tondelli, rivendica la continuità ideale con i grandi scrittori come Gadda, Parise e Brancati, che hanno messo la provincia al centro della loro opera. «Il termine provincia o provinciale li ho sempre sentiti in modo positivo perché stanno a significare una serie di valori o di tradizioni che vengono magari cambiati, ma hanno una solidità, che restano». Sino a concludere, con incredibile lungimiranza: «Questa è la sua forza, della letteratura che racconta la provincia, e questa, anche andando verso l’Europa, credo sia una delle strade più percorribili, quella delle comunità locali o regionali, più ristrette rispetto alle metropoli». Lo imbarazza essere presentato come il «nipotino di Kerouac». «La retorica legata alla figura dello scrittore americano sembrava relegarmi nel ruolo del solito, stupido ragazzino invasato che, appena si sente libero di viaggiare, incomincia a predicare su tutto e tutti». A stimolarlo è la ricerca «di una scrittura nuova, analogamente a quanto avevano fatto negli anni Cinquanta gli autori come Kerouac, che avevano messo al centro della narrazione le piccole cose d’ogni giorno, i personaggi emarginati, gli accadimenti quotidiani». I suoi gusti letterari sono altri, adora Tolkien con una «costanza verso l’opera» conservata nel tempo, a differenza di «altri miti letterari dei miei vent’anni», verso cui nutre «ora freddezza, a volte un fastidioso distacco». Rileggerlo significa «confrontarci con chi eravamo anni fa. Perché, in fondo, vorremmo saper rileggere quel libro come se fosse la prima volta». La politica partitica non lo appassiona. Si definisce «infantilmente apolitico». Certo non è di sinistra. Raccontandosi in terza persona su Linus, si descrive così: «Il ragazzo non avrebbe fatto parte di nessuna organizzazione politica dell’estrema sinistra, né occupato scuole, avrebbe contestato il nozionismo degli insegnanti in modo individuale». La scelta di non schierarsi gli costa la freddezza dei potentati culturali, ma non se ne fa un problema. «I salotti non mi hanno mai interessato». Non riconosce la società letteraria come tale: «L’ambiente letterario italiano mi sembra diviso a metà tra un giornalismo fatto un po’ di ripiego e un accademismo delle università. Non mi sembra che esista una società letteraria vera e propria». La sua attenzione è per quella «marea di giovani improduttivi e selvatici, incazzati e morbidi, di cui i giornali non si occupano, che le trasmissioni non fanno parlare, le firme non intervistano, questi i ragazzi che danno speranza, i ragazzi che pensano e cercano nell’oscurità la propria via individuale». Si è sempre rivolto ai giovani senza paternalismi e ammiccamenti, ma piuttosto come un fratello maggiore che non esita a rimproverare loro un certo conformismo, quel «vestirsi tutti in uno stesso modo o pensarla alla stessa maniera per poi rivendicare un’illusoria diversità, come mi sembra stia accadendo ora. Bisognerebbe forse capire che, nella civiltà dell’immagine, l’immagine non conta più e la diversità può essere solo interiore». Le sue opere altro non sono che «il tentativo di portare nella letteratura il mondo giovanile» e viceversa. Li sprona: «Perché non scrivete pagine contro chi odiate? Siete voi che dovete prendere la parola e dire quello che vi va e quello che non vi va. Nessun giornalista, per quanto abile, potrà raccontarle al vostro posto». Ed è proprio per l’allergia nei confronti degli «specialisti» che Tondelli lancia il Progetto Under 25: raccogliere e pubblicare in volume le opere di giovani talenti. In cinque anni sono tre le raccolte che vedono la luce e coinvolgono ventisei autori, alcuni dei quali oggi sono scrittori affermati (Romagnoli, Ballestra, Culicchia) anche grazie a lui. Ha stimolato le loro individualità, senza strumentalizzarli o omologarli. «Questo perché non era nelle mie intenzioni dimostrare niente di niente, né proporre una condotta ideologica o canoni estetici, ma mettere semplicemente insieme un libro di giovani, realmente giovani, autori». Rivolge loro un’unica raccomandazione: «astenetevi dal dare giudizi sul mondo, per quello ci sono già i filosofi e i politologi». Si sente lontano anni luce dai giovani militanti di sinistra. Quando una sera, durante un’occupazione universitaria, si trova tra gli studenti della Pantera, sente di provare per loro «una specie di ostilità. Forse più che ostilità è indifferenza. Perché sono ancora, in questo momento, lo spaurito studente di quindici anni fa che sente la propria separatezza dalle lotte degli altri come una condanna inappellabile». Il nostro auspicio è che oggi lui abbia vinto definitivamente quel senso di estraneità e che abbia trovato nella morte quello che Bruno, uno dei personaggi principali di Rimini, «ha sempre cercato nella vita: la verità e l’assoluto».

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