scrittore“Nella cultura italiana ci sono state due cose insopportabili: prima della guerra gli ermetici e dopo la guerra Moravia. A parte Gli indifferenti non c’è una sua opera che mi abbia convinto. Ricordo di averlo visto una sola volta. A Milano. Nel 1959. Ero matricola. L’università aveva organizzato degli incontri con grandi scrittori. Vidi arrivare quest’uomo claudicante. Prese la parola e ho nitida l’impressione della noia che provai al discorso che fece e che ho dimenticato. Completamente diverso fu l’incontro successivo . Quando arrivò Ezra Pound c’erano, fuori della Statale, file di poliziotti. La gente inveiva per i suoi trascorsi fascisti. Gli americani lo avevano rinchiuso in manicomio. Non avevo pregiudizi. Chi lo presentò disse alcune cose di lui. Poi, rivolgendosi alla platea di studenti, chiese se qualcuno aveva delle domande da rivolgergli. Ce ne furono tre o quattro. Pound restò impassibile. Sembrava che niente lo interessasse. Tacque. Poi si alzò un ragazzo e gli chiese di leggere il Cantos dell’usura. E fu impressionante. Nessuno mi aveva mai trasmesso un’emozione così potente”.

Si è spento da poche ore, come si usa dire in queste tristi occasioni, ma le parole di Sebastiano Vassalli (Genova, 1941) sono destinate a resistere come le braci più ostinate. Senza farsi aiutare dal vento, perché era fatto così, sempre pronto a inimicarsi i potenti delle lettere, anche confessando l’amore per l’innominabile Pound. Il protagonista del suo ultimo romanzo (Il Confine. I cento anni del Sud Tirolo in Italia, Rizzoli), non a caso, si chiama Odio. Perché anche lui, novarese d’adozione, figlio del Merda (il padre che non ha avuto), non era un uomo dai sentimenti tenui o che cercasse di apparire migliore di quanto fosse. Peggiore, semmai. Per i compagni era un fascista o quanto meno un missino. A destra era considerato uno stalinista. Lo attaccavano in molti. Pochi perdevano tempo a leggerlo. Di certo era un uomo solitario, irreverente e per certi versi indisponente. Uno scrittore che non amava fare comunella. Gli era bastava quella del Gruppo63 per averne abbastanza. E’ morto prima di ricevere il premio alla carriera del Campiello. Almeno questa ipocrita verniciata di polvere se l’è risparmiata. Si è aggiudicato il premio Strega del 1990 con uno dei suoi migliori romanzi storici: La chimera. Vista la compagnia dei vincitori che lo hanno preceduto e seguito, c’è da credere che l’avrebbe buttato via senza farsene un cruccio. Non scriveva per vendere, ma – come ha confidato nella sua ultima intervista a Repubblica, “per non impazzire o uccidere”.  Non pubblicava tanto per pubblicare, non teneva lezioni e non cercava di impressionare. Non sperimentava. Raccontava storie. Molte delle quali non interessavano nessuno e lui lo sapeva, ma non per questo ha smesso.

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