locandinaQuesto sarà l’ultimo Natale in cui i bambini vomitano in autostrada sull’Appenino“. Con questa battutona, raccolta dal proprio inesauribile giacimento, Matteo Renzi ha inaugurato lo scorso novembre la variante di valico, “simbolo di un Paese che è in una galleria, in un tunnel di rassegnazione, ma ha la capacità per uscirne“. Stefano Chiantini, giovane regista abruzzese, invece, non si è rassegnato all’omertà che ha messo a tacere la sofferenza degli abitanti di Ripoli, cui il film è dedicato (“e a tutti coloro che cercano di sovrastare il rumore dei cantieri con la loro voce”), e ha portato a Venezia un film che denuncia lo scempio ambientale che la realizzazione della galleria Val di Sambro ha provocato. Sì, perché gli scavi hanno generato una frana che è costata lo sgombero a decine di famiglie della sconosciuta frazione di San Benedetto Val di Sambro, un borgo che si è visto chiudere la chiesetta e mettere sotto monitoraggio oltre cento edifici. Persino Autostrade per l’Italia, concessionaria dei lavori, ha dovuto prendere atto dei danni del “fenomeno franoso” e risistemare l’intera rete del gas per evitare pericolose rotture dei tubi. Un lavoro idraulico che ha comportato decine di espropri di terreni. Un paese sfrattato, per intenderci. Per le famiglie di Ripoli, però, Renzi non ha trovato neanche una parola, così come per gli aquilani, del resto, visto che l’unica apparizione risale a pochi giorni fa. Altro set, altra battuta: a chi lo contestava per la lunga assenza, il nostro ha risposto che erano “tifosi del Teramo calcio”. Anche per questo il film di Chiantini era necessario. Perché non si vive di sole commedie. Perché chi di fiction vive, disperato muore. Perché l’Italia che ci raccontanto i registi non sempre corrisponde all’Italia reale. Che non ha bisogno di battute, ma di coraggio. Il coraggio di sottolineare, come recitano i titoli di coda del film, che “ad oggi in Italia esistono centinaia di cantieri aperti, deputati alla modernizzazione delle infrastrutture. Il completamento delle opere è spesso condizionato da ingerenze politiche, infiltrazioni mafiose e pratiche clientelari. Questo sistema corrotto determina progetti inadeguati, talvolta inutili, e tempi di realizzazione incerti. Inoltre nessuno si assume la responsabilità delle conseguenze sul territorio e le proteste dei cittadini restano quasi sempre inascoltate”. Ma veniamo al film, solo ispirato – va detto – alla vicenda di Ripoli: fotografia mozzafiato e priva di didascalie ed effetti speciali (la provincia di Bologna è stata “ricostruita” nell’aquilano, tra Villa Santa Maria e Avezzano), dialoghi asciutti, quasi essenziali, privi di retorica, scelta del cast assolutamente perfetta. Su tutti emerge un inedito Marco Giallini, sinora considerato, a torto, poco più di un caratterista, adatto solo a ruoli comici e invece attore capace di rara intensità. Nella storia scritta e diretta da Chiantini, Giallini è Thomas, un “rocciatore”, uno che con la montagna è costretto a confrontarsi non per appagare il piacere di avventura ma per il dovere di mantenere moglie e tre figli e che, per mettere in sicurezza le pareti, rischia quotidianamente la pelle. E il film inizia proprio con un incidente sul lavoro. La fatica, il dolore, le difficoltà economiche che divorano – e dividono, spesso – le famiglie italiane. Tutto raccontato senza enfasi e spesso solo con la potenza delle immagini, con l’eloquenza dei silenzi. La pellicola, diciamolo, è stata accolta con sufficienza e persino con qualche ironia, perché Chiantini non è uno del giro, uno a cui regalano soldi per fare film inutili. E difficilmente arriverà nella maggior parte delle sale italiane, tanto da suscitare, ieri, lo sfogo del regista sul suo profilo facebook: “Io non scrivo mai, stavolta voglio farlo, ed è forse la seconda volta da quando sono su fb. Voglio raccontare di un film che a Roma esce in due copie, due soli cinema. Voglio raccontare di uno spettatore gentile che va a vedere il film e, pur non conoscendomi, mi avverte che in sala la proiezione si è interrotta 4 volte per problemi al proiettore, e questo allo spettacolo delle 20e40. Mentre lo spettacolo successivo sembra proprio non essere partito. Stavolta è capitato al mio film, un film uscito grazie alla lotta fatta dalla produzione e dalla distribuzione, con un numero limitato di copie ma con grande dignità. Subire però certe cose è davvero triste e spiacevole. Un cinema cosa altro deve fare se non garantire una buona visione? Ognuno si faccia la sua idea, fare un film però è davvero faticoso, ve lo assicuro”. Uno sforzo, quello di Chiantini, che merita tutto il nostro apprezzamento, pertanto cercate la sala giusta e godetevi il film.

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