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Nel serissimo mondo della società totale circola da anni un imperativo cliché, un’impositiva frase fatta, una formula assoluta, che per una volta sarebbe più esatto esprimere nella perfida lingua anglosassone: “incantation”. Un’incantazione che strega le moltitudini con la sua malia auto-evidente ed evidentemente demente: “Bisogna creare posti di lavoro”. Ora, all’uomo pio, al devoto lettore della Bibbia, immantinente salta all’anima la Storia della Creazione in Genesi, in cui Dio vivificò il reale dal nulla. Eppure quando si esorta a creare posti di lavoro, non si capisce bene quale sia la divinità laica di riferimento. Tutti gli economisti più seri e charmant, come Veronica De Romanis, continuano a ripeterci, sacrosantamente, che i veri poveri, i veri diseredati, sono i giovani. In Italia ci sono 1.3 milioni di disoccupati e 5.8 milioni di inattivi fra gli under 35. Quindi la conclusione, altrettanto sacrosanta, è appunto: bisogna creare posti di lavoro. Come sanno i più avvertiti, la problematica non è nuova. Se già nel 1980 Bettino Craxi progettò di creare posti di lavoro, più recentemente nella riunione di primavera del 2013 in quel di Washington D.C., il Fondo Monetario Internazionale – nelle parole della sua charmantissima direttora, Christine Lagarde – ha posto al centro la questione su scala planetaria, per dare una risposta agli allora 54 milioni di giovani disoccupati nel mondo: «Global solution? We must create jobs».

 

 

Fra le pessime abitudini che mi riconosco c’è quella di archiviare gli articoli più seri che intercetto, così da poterli poi rileggere alla bisogna. Fra questi ne trovo uno del Sole24, serissimo mattinale economico-finanziario che in data 2 settembre 2017 sdottoreggiava sul futuro: «Ecco come Industria 4.0 può creare oltre 40 mila posti di lavoro». Avidamente lessi, non avendo idea di che cosa fosse l’industria 4.0, pur ritenendomi discretamente scolarizzato e smart. Ebbene, fu un’esperienza illuminante. All’inconcussa ferocia del bombardamento di cifre ostili, faceva da contraltare un’inconsistenza, un’evanescenza, una vaghezza di serissime soluzioni da lasciare ammirati per temerarietà. Come se i franco-britannici, confinati nella sacca di Dunkerque, al posto del mare avessero avuto lava vulcanica e si fossero ingegnati a utilizzarla contro il nemico fabbricando catapulte infernali. Ma rileggiamo insieme:

 

«La Quarta rivoluzione industriale in Italia potrebbe portare alla perdita del posto di lavoro del 14,9% del totale degli occupati, pari a 3,2 milioni, nell’orizzonte temporale di 15 anni. Partendo da questa stima la ricerca ha calcolato i posti di lavoro persi annualmente per ciascun settore, dal 2018 al 2033, la riduzione dei consumi associata alla perdita di occupazione, l’effetto della riduzione dei consumi sul valore aggiunto e di conseguenza sul gettito fiscale. Trattandosi di stime la ricerca ha definito dei range di impatto, in 15 anni, e ipotizzando tre diversi scenari: lo scenario Base, il Conservativo e l’Accelerato. Posizionandoci nello Scenario Base, la contrazione dei consumi sarà pari a 1,7 miliardi di euro all’anno nel primo lustro, 2,9 miliardi nel secondo e 3,8 miliardi nel terzo. La contrazione del Pil nel primo lustro è pari a 2,8 miliardi di euro all’anno (0,18 punti di Pil), sale a 4,9 miliardi nel secondo lustro (0,31 punti di Pil) e arriva a 6,3 miliardi nel terzo lustro (0,39 punti di Pil). Una contrazione del Pil si traduce in una perdita di gettito fiscale, che sarà pari a 1,2 miliardi nel primo lustro, 2,1 nel secondo e 2,7 nel terzo. Affinché l’Italia sia in grado di cogliere le opportunità offerte da automazione e innovazione, creando nuovi posti di lavoro ad alto valore aggiunto in sostituzione di quelli persi, è necessario gestire il cambiamento invece che subirlo. Come?».

Accistruzzi! Ma l’innovazione ci regala opportunità, non ne dubitavo!

«È questo il contenuto di una ricerca sulla “tecnologia e lavoro” predisposta da Ambrosetti e presentata al Workshop annuale a Cernobbio con la collaborazione del professor Carl Benedict Frey dell’Università di Oxford, autore di una pubblicazione sul futuro dell’occupazione e di quanto siano suscettibili i posti di lavoro ad essere sostituiti dalle macchine. Uno studio che apre un approfondimento sul tema anche grazie al contributo di Nicola Rossi, professore all’Università di Roma Tor Vergata secondo cui l’automazione della quarta rivoluzione industriale è un tema affrontabile se la politica lo prende sul serio e non usa atteggiamenti difensivi».

Oh, finalmente contrattacchiamo, à la guerre comme à la guerre!

«Partendo dalla stima dei posti di lavoro a rischio nel primo lustro e ponendoci nello scenario Base, per bilanciare la perdita prevista, l’Italia dovrebbe creare 41.449 nuovi posti di lavoro all’anno».

Mecojoni! Sembrano tanti, benché pochini rispetto ai milioni di cui sopra. Ma chi li crea? In che modo?

«Per creare nuovi posti di lavoro ad alto valore aggiunto Ambrosetti ha formulato due proposte per gestire il cambiamento. La prima è l’incentivazione degli investimenti per l’Industria 4.0, essenziali per collocare l’Italia tra i Paesi early adopter delle innovazioni tecnologiche».

Eh?!? Early adopter?! E tutti quei “per” che cosa sono, un moltiplicatore? Ma poi che minchia è l’Industria 4.0?!?

«La seconda proposta riguarda la promozione di attività di formazione e aggiornamento permanente su temi legati alle nuove tecnologie. In questo ambito, due sono le aree: da una parte è necessario adeguare i piani di studio universitari alle nuove esigenze delle imprese (la Commissione europea stima in 700.000 i nuovi posti di lavoro entro il 2020 nei settori ad alta tecnologia e fino a 450.000 le nuove figure professionali con competenze multidisciplinari – digitali, materiali, manifattura additiva, biotecnologia, nanotecnologia e fotonica); dall’altra parte è importante che i lavoratori possano, con dei corsi permanenti, aggiornarsi in modo da rimanere competitivi sul mercato del lavoro».

Ahahahah! La proposta ha creato ilarità.

 

 

 

Per fortuna avevo salvato un altro articolo molto serio, sempre del Sole24 ore, in data 15 aprile 2016, la cui lettura dev’essere sfuggita agli analisti di cui sopra, che sparano fiduciosi con la catapulta fotonica delle competenze multidisciplinari: «In un focus sulle “Adult skills” pubblicato nei giorni scorsi, la percentuale dei 16-65enni italiani con scarse capacità di lettura e comprensione di un testo arriva al 28%, contro una media Ocse che non supera il 15%». Sempre il Sole24 si è mostrato molto addentro all’analfabetismo funzionale, tanto da angosciarci con dati inequivocabili: «Gli analfabeti funzionali o low skilled in Italia sono più del 47% della popolazione». Metà Paese di analfabeti funzionali o low skilled o rincoglioniti. Credo sia chiaro anche a uno di essi, che se non si è in grado di comprendere le istruzioni del vibratore, difficilmente si potranno cogliere le opportunità della manifattura additiva, della biotecnologia, della nanotecnologia e della fotonica. Sarà verosimilmente complicato risolvere il problema della disoccupazione di massa convertendo milioni di nullafacenti funzionali in nanomedici, genetisti, architetti planetari… o anche solo in personal shopper per bambine smorfiose.

 

 

 

Tutto ciò sembrerebbe irresistibilmente ironico. E che sollazzo portare questi “creativi del lavoro” a contatto con i nuovi impiegati rincoglioniti, resi inetti da quella stessa digitalizzazione che ora pretende skills, competitività. Sempre ironico sarebbe constatare come gli stessi che oggi allarmano sull’esigenza di creare new jobs, siano stati i giulivi distruttori dei vecchi mestieri, le cui skills si erano tramandate di padre in figlio per secoli e che ora sono appannaggio di cinesi e rumeni. Un pragmatico benpensante deciso a dire no all’assistenzialismo organizzato per gli italiani senza lavoro – perché quello dedicato agli stranieri è naturalmente sacrosanto – forse suggerirebbe di investire in opere pubbliche, come inizio; magari nella messa a norma delle tante scuole che versano in condizioni precarie. Farlo, pur senza creare alcunché, aprirebbe spazio a posti di lavoro, in effetti. E che genere di job profiles verrebbero richiesti? Muratori, carpentieri, scagliolisti, renaioli, imbianchini, etc. Profili molto 4.0, immagino.

 

 

 

Cocciutamente mi rifugio nell’ironia, amici miei, non fosse che l’ironia è diventata impossibile assolutamente. Non c’è fessura nella roccia di ciò che è, su cui possa più far presa l’artiglio dell’ironico. Dietro chi precipita riecheggia la risata di scherno del perfido oggetto che lo ha reso impotente. Il gesto del reale irrazionale è quello che il mondo rivolge a ciascuna delle sue vittime, e l’intesa trascendentale, che è immanente all’ironia e su questo blog ci lega a priori, diventa ridicola di fronte all’intesa reale di coloro che essa dovrebbe attaccare. La sanguinosa e cretina serietà della società totale ha assassinato la sua contro-istanza. Ed ora è libera di creare.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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