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Leggendo Wikipedia, che è strumento in parte comprensibile anche a un leghista, sotto Censura si apprende: «Il controllo e la limitazione della comunicazione da parte di un’autorità. Nella maggior parte dei casi si intende che tale controllo sia applicato nell’ambito della comunicazione pubblica, per esempio quella per mezzo della stampa o altri mezzi di comunicazione di massa; ma si può anche riferire al controllo dell’espressione dei singoli». Nel battibecco fra Matteo Salvini e Lilli Gruber dell’altra sera abbiamo registrato una minaccia di censura da parte dell’autorità. Il gerarca leghista? No. La conduttrice democratica. «Fermo lì! Ministro, non mi costringa a toglierle l’audio». Ma per quale ragione una signora dal garbo abitualmente così longanime e pluralista avrebbe minacciato una censura? Perché quel miagolone, quel piagnolone di un sovranista segnalava come l’informazione continuasse da mesi a descriverlo come un fascista, un nazista, un troglodita. Includendo anche Otto e mezzo. Apriti studio! Teodolinda non sta più nel corpetto Bressanone-fetish e fra vibrazioni mercuriali – ma con eloquio perbenino di prammatica – rimbecca: «Voglio semplicemente ricordare, alle spettatrici e agli spettatori, che forse già lo sanno, che noi non abbiamo mai dato epiteti o aggiunto aggettivi di questo tipo alla sua persona». Oggi La7.it riafferma: «Lilli Gruber a Salvini: mai dato epiteti fascisti alla sua persona». Quel poco di pudore intellettuale che alberga in me imporrebbe all’ascella destra di fare una pernacchia. Tuttavia, preferisco essere più circostanziato. E’ vero: Lilli non accusa mai, mai ingiuria. Lilli allude. Allude per insinuare. E’ un’illusionista dell’insinuazione. L’allusione è la sua spada e il suo scudo. Così può menare perfidie, riparandosi dietro il pelte in vimini delle buone maniere. Una tattica di combattimento disonorevole, vile, se vogliamo, ma squisitamente gauche botulique. Eppure, usando le parole dello stesso ministro: «Non funziona Gruber: gli italiani ragionano. Lei è padrona di casa… qui può togliere l’audio, può fare quello che vuole. Fortunatamente non può togliere il diritto di voto agli italiani, tutto qua».

 

 

Mesi di etichette sgradevoli, ha segnalato Salvini. «Mesi» perché pacioccone di buon cuore. In realtà – grazie a un altro strumento quasi alla portata di un leghista come YouTube – si può andare molto più indietro nel tempo. E’ il 4 marzo del 2015 quando Otto e mezzo domanda alle spettatrici e spettatori: «La Lega è fascista?». Puntata istruttiva già allora, almeno sulla perspicacia dei più acuminati analisti in circolazione. Un titolo che accusa? Certo che no. Che insulta? Neppure. Soltanto buon giornalismo che si pone legittimamente un interrogativo. Come se io mi domandassi: Otto e mezzo è una trasmissione faziosa? Lilli Gruber somigliava, con quella sfiziosa zazzerella e quei ritocchini smorfiosi, a un’ex olgettina ricca di attrattive mature? Sono dubbi legittimi e tuttora irrisolti. Ancor prima, nel febbraio dello stesso anno, il talk show de La7 titolava: «Salvini, marcia su Roma». Che vi fosse un’allusione alla più nota Marcia su Roma del 1922? Fascista a Salvini?!? «Voglio semplicemente ricordare, alle spettatrici e agli spettatori, che forse già lo sanno, che noi non abbiamo mai dato epiteti o aggiunto aggettivi di questo tipo alla sua persona». Omnia munda mundis, Lilli.

 

 

 

 

 

 

 

 

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