asini a scuolaE’ tutta questione di… ignoranza.

In uno dei miei ultimi articoli mi lamentavo, attraverso il mio consueto modo di essere paradossale, di come alcuni insegnanti pretendano di essere anche educatori, agghindandosi in modo inappropriato. Ho inserito questo mio articolo in un gruppo di Fb, e apriti cielo! Nessuno, tranne una persona, non a caso femmina, ha compreso il significato del mio scritto e hanno quasi tutti reagito con l’intestino (in genere non si dice intestino, ma dicono “di pancia”… ma la cosa è identica).

Bene, questa è la situazione, ossia la caratteristica che connota i nostri insegnanti, e non possiamo dunque lamentarci se i dati di questa ricerca rivelano lo stato in cui si trovano i nostri giovani. Uno stato mentale e cognitivo che non permette loro di comprendere il significato non solo delle parole, ma di intere locuzioni. E la cosa non è limitata ai primi anni di scuola, perché, se andate avanti a leggere, troverete che la situazione penosa non cambia in Università.

“Più del 70% degli esaminati non ha la più pallida idea di cosa significhino: desumere, futile, morigerato, ponderare, redimere, tenacia, tergiversare; sono appena meno numerosi quelli che non conoscono: arguire, dirimere, indolenza, redarguire; non raggiunge il 70% la quota di chi comprende: aroma, la parola – insieme a menzionare – meno impegnativa della serie. Per ponderare è stato scritto di tutto: c’è chi ha pensato a sedersi («Prego, ponderati sulla sedia») o a riposare, chi a scendere o a rinfilare («Angelo ha ponderato la sua spada»), chi a pungere, puntellare o stuzzicare, chi a ricoprire («Il divano è ponderato di polvere»), chi a svelare («Luca ha ponderato tutti i suoi segreti alla classe»).

E non è finita, come scrivevo.

«Lui è l’adepto alla manutenzione». «L’afflizione dei nuovi manifesti». «Collimare un vuoto». «Son desueto nel dormire nel dopopranzo». «Io esimo spiegazioni». «Si è assentato da lavoro senza giustificazione. È un indigente». «Ti redimo dal tuo incarico». Sono solo alcuni degli esempi partoriti dalle 196 matricole di un corso universitario cagliaritano (141 femmine e 55 maschi) alle quali ho sottoposto, nell’autunno del 2012, un test identico a quello somministrato al precedente campione: le prime quattro confondono adepto, afflizione, collimare e desueto con addetto, affissione, colmare, solito; le restanti tre scrivono esimere, indigente e redimere, ma intendono pretendere, inadempiente, sollevare”.

Ecco perché esistono questi partiti, questi esponenti politici, questi funzionari, questi genitori e dunque questa scuola.

Ora, non si tratta solo di addolorarsi, ma si dovrebbe fare qualche cosa, ognuno di noi, con le forze che possiede. Lo dovrebbero fare i genitori, e quando i genitori non ci sono e qualche famiglia possiede la fortuna di avere ancora dei nonni, che lo facciano almeno loro, anche a costo di litigare con i loro stessi figli, per il bene, appunto, dei nipoti.

Se a scuola i vostri figli non imparano, toglieteli da quella scuola, denunciate la situazione oppure scrivetemi, che ci penso io a raccontare quello che mi direte. Ma così non è possibile andare avanti, nel senso che stiamo creando imbecilli figli di imbecilli che continueranno a votare lo strazio che abbiamo. Ed è giusto poi affermare che ogni popolo ha i rappresentati politici che si merita. Ecco, ci meritiamo questo schifo. Ma le cose vengono da lontano, anche da qui.

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