” Populista! ” Un’accusa, un monito ed un’indelebile etichetta. La parola più utilizzata per stroncare da principio qualunque velleità del politically incorrect, specie dalle poltroncine dei salotti televisivi. Eppure, nonostante le continue messe in guardia del mondo radical chic, questo fenomeno non sembra intenzionato a scendere nei consensi. Donald Trump ne rappresenta l’emanazione più eclatante, Marine Le Pen la possibile declinazione nell’imminente, la Brexit il primo tangibile segno concreto nell’Europa del mercato comune, Orban un’impronta massimalista, Putin la versione autoritaria e pragmatica. Un “ospite scomodo della democrazia”, lo ha definito il Professor Marco Tarchi, animato da una ” mentalità caratteristica”, non da un’ideologia ( D.Mc Rae) o da uno stile politico ( E.Laclau), ma se la scienza politica si è interrogata e continua ad interrogarsi sull’essenza del macro-fenomeno, il populismo, oggi, viene ridotto dai media main stream a qualsiasi avvenimento costituisca uno sconfinare dagli esiti elettorali previsti, inevitabili: la vittoria della Clinton, il trionfo del remain, il Sì al referendum costituzionale italiano. Subito dopo la vittoria di Trump, Beppe Severgnini sul Corriere della Sera  commentò così: “Donald Trump ha battuto Hillary Clinton nei piccoli centri e nell’America rurale. Qualcosa del genere era successo nel Regno Unito con il voto sulla Brexit. Le grandi città sembrano vaccinate contro il populismo aggressivo. I  piccoli centri e le zone rurali si sono dimostrate più vulnerabili. Perché?”. Le anime belle del pensiero liberal, gli ultrademocratici, insomma, comincerebbero a ragionare sull’ipotesi che questa storia di far votare proprio tutti non sia stata un’idea così grandiosa. Celebre, al riguardo, la posizione di Rondolino sul suffragio universale. Il demos, la koinè, vota male, inconsapevolmente, in modo frettoloso ed emotivo: con la pancia. Oggi usa dire così. Poco importa se il Rust Best blue cambi colore politico, il famoso Midwest, se si parli di lepenizzazione del voto di sinistra o di operaizzazione del voto di destra, se l’east London ( Havering, Barking, Dagenham) voti compattamente per la Brexit: il modello corretto è l’attuale, quello del capitalismo finanziario, della globalizzazione, dell’accentramento della ricchezza nelle mani di pochi, del multiculturalismo, del gender e così via. L’idea è giusta, è il ceto medio a sbagliare, sostengono i teologi dell’unico modello di mondo possibile.

Su queste ed altre questioni ho scritto in maniera più approfondita nel pamphlet che sarà allegato ad Il Giornale, Giovedì 19 Gennaio al costo di 2,50 euro. Un piccolo libro che resterà in edicola per una settimana. La base di partenza è il ragionamento per cui la chiusura delle valvole d’ascolto nei confronti della questione sociale possa far sì, che quello che viene chiamato populismo, proliferi a dismisura nei sistemi democratici occidentali. Il giudizio spetterà alla storia. Certo è che il modello mono-ideologico neoliberista necessita di un contrappeso, di un’alternativa, di una teorizzazione distinta dall’unica comunemente accettata. In questo senso ” Benedetti populisti, brutti, sporchi e cattivi ma salveranno la democrazia dai verticismi radical chic”, mi è sembrato il titolo più appropriato. Il populismo, per dirla con Laclau, avrebbe delle ragioni. Ho provato ad analizzarle in cinquanta pagine, fatemi sapere cosa ne pensate!

pamphlet

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