Come fanno i giornalisti a scrivere? Ci sono forse degli spingitori di giornalisti? Un po’ per dirla alla Corrado Guzzanti in arte Vulvia. “Io mi chiamo Luca Sofri, ho 47 anni, e faccio il direttore del Post: è un giornale online e ha due anni. Ve ne parlo brevemente perché in questi due anni è stato per noi uno straordinario luogo di sperimentazione e ricerca sui funzionamenti dell’informazione e della rete, e sul rapporto con i lettori”.

Lo ha detto fiero di sé per il suo keynote speech al Festival del Giornalismo di Perugia in un incontro incentrato tutto su di lui, dal titolo Trentuno domande sul giornalismo. Prima bischerata.

Ha anche detto che “non credo che il lavoro debba essere pagato. Io credo che qualunque tipo di lavoro possa conoscere anche delle retribuzioni, delle soddisfazioni più varie che non sono necessariamente monetizzate”. Seconda bischerata.

“Il Post è nato il 19 aprile 2010. Cominciammo con una redazione di cinque persone, ora siamo sette a cui si sono aggiunti quattro collaboratori fissi. Quando scrissi sul mio blog che cercavo persone, risposero in 400. Altre 400 hanno risposto a un nuovo annuncio dell’anno scorso, quando abbiamo coinvolto nuovi collaboratori. Nel 2010 avevamo 11mila lettori al giorno. Nel 2011 erano 25mila. Adesso sono 90mila. Che comincia a essere un numero interessante per capire delle cose”. Terza bischerata.

Il Post di Banzai ventures e Luca Sofri (nella foto), scrive Italia Oggi, ha chiuso l’esercizio 2013 con un rosso di 468mila euro, dopo la perdita di 480mila euro del 2012 e di 360mila euro del 2011. Insomma, 1,3 milioni di euro sono stati bruciati in tre anni, a fronte di un fatturato ancora molto piccolo, che nel 2013 si è attestato appena a quota 315mila euro.

Eppure Sofri jr continua a pontificare ai festival di giornalismo, insegna a tutti come si fa questo mestiere, come si fanno i giornali, come si deve fare informazione, come si scrive, come si fa comunicazione e televisione (probabilmente anche a sua moglie Daria Bignardi). Insomma ecco a voi un altro bel guru. Semmai ce ne fosse stato bisogno.

“Trovo bizzarro – dice Sofri – che noi stessi che andiamo dicendo che la nobiltà del nostro lavoro deriva da altri fattori, come il servizio alla comunità o la qualità dell’informazione, poi pretendiamo allo stesso tempo che questi aspetti vengano quantificati in sistemi economici e monetari. No, esistono quantità di altre motivazioni e occasioni in cui possiamo liberamente lavorare gratis senza sentirci sfruttati. Anche io, qui, al Festival del giornalismo, lavoro gratis”. Quarta bischerata.

Qualche anno prima, però, Sofri la pensava in maniera diversa. Sul suo blog Wittgenstein, in un commento intitolato Un euro a post sulle offerte di lavoro online per autori di testi dalle retribuzioni considerate “scandalose”, parlava perfino di proposte di lavoro che somigliavano più a dei “ricatti”: “Molti network di blog di informazione funzionano pagando persone per scrivere post a cottimo e guadagnare dal ritorno in pagine viste e pubblicità: le retribuzioni variano molto, e vanno dai 3-5 euro a post ai 15, a seconda”.

Lui, il figlio di Adriano Sofri, ex leader di Lotta Continua, condannato a 22 anni di carcere quale mandante dell’omicidio del commissario di polizia Luigi Calabresi, avvenuto nel 1972, sarebbe quello che vuole insegnare agli altri come si fanno i giornali. Poi però provoca un buco di oltre un milione di euro in tre anni.

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