L’avvento di Matteo Renzi (nella foto) ha sfornato una nuova categoria di giornalisti: i renzologi. Ne spuntano come funghi in autunno. Mentre quelli che scrivono o parlano bene di Berlusconi vengono definiti servi, quelli che scrivono o parlano bene di Renzi vengono chiamati renzologi.

I giornali remano quasi tutti verso Rignano sull’Arno. Articoli grondanti di saliva per incensare le gesta di Matteo il Grande. Aggettivi a bizzeffe: decisionista, affamato, miracoloso, veloce, spiazzante, capace, irriverente, ha fame di successo, non parla, ma azzanna e sorride, non bleffa, ma ha il gusto dell’azzardo, ha fame di successo, ma soprattutto ha coraggio. E come dice Mario Giordano su Libero, quando inizierà la trebbiatura, farà vedere il suo bel petto villoso.

Per non parlare dei Renzi’s boys and girls, i nuovi potenti dei palazzi.  Quelli che Vittorio Feltri chiama “belle statuine, ragazzi illusi che sia sufficiente essere investiti d’una carica per dimostrare di meritarla”.

Le prime donne estratte dal cilindro della Leopolda, riprodotte in una foto di qualche tempo fa, in piazza del Duomo, a Firenze, in stile Quarto Stato di Pelizza da Volpedo (nella foto) sono Simona Bonafè, di cui Renzi è stato testimone di nozze, la ministra tacco 12 Maria Elena Boschi e Sara Biagiotti, consigliera provinciale e assessore allo Sviluppo economico nella giunta Renzi, oggi sindaco di Sesto Fiorentino (quella che ha giurato sull’iPad).

Simona Bonafè, “bellezza scura, venata da qualche tratto sbarazzino stile Mafalda”, scrive Libero, varesotta che ha risciacquato i panni in Arno, diventando assessore all’Ambiente al Comune di Scandicci, è stata scelta ai tempi delle primarie contro Bersani, come volto televisivo riconoscibile di un’identità renziana che veniva interpretata solo dal vate Matteo in persona. La fanciulla è tra i 39 parlamentari che, in un anno di legislatura, non hanno presentato una proposta di legge. Eppure alle elezioni europee è stata la candidata (capolista) più votata. Forse per il suo prestigioso curriculum.

Hanno fatto tutte una carriera lampo, che fa ricordare quella delle vituperate ministre berlusconiane. Se lo fa Renzi, però, ciò rappresenta il raggiungimento di importanti quote rosa, quando lo faceva Berlusconi erano solo raccomandate, per non dire di peggio.

Sono candide come il bucato al vento, immacolate come l’acqua di torrente, pure come l’aria di montagna. “Venere di Botticelli” Marianna Madia e “Gioconda” Maria Elena Boschi (nella foto insieme) si contendono tutta questa limpidezza. Una accanto all’altra come al banchino delle medie e di bianco vestite, fanno finta di intendersi di strategie di governo, di riforme costituzionali, di mediazioni fra parti sociali, di meccanismi politici.

Una delle tante novità del renzismo, insieme ai selfie, alla generazione Erasmus, alla generazione Telemaco, è proprio questa: la disparità di trattamento di tv e giornali fra le Renzi’s girls e le Berlusconi’s girls. Quando sotto il fuoco dei giornalisti c’erano le berlusconiane, i predicozzi moralisti erano spietati. Nemmeno si sognavano i giornali di concedere il beneficio del dubbio alle Santanché, alle Carfagna, alle Gelmini, alle Comi, alle Prestigiacomo o alle Biancofiore. A queste novelle statiste renziane, invece, tutto è concesso.

L’ex showgirl Mara Carfagna, seppur avesse provato a ridefinire la propria immagine con acconciature della nonna e tailleur anni Cinquanta, poteva essere presa in giro, si potevano fare battutine sessiste o peggio, insinuare chissà quali trame.

Sulla nota costituzionalista Boschi manco a provarci. La Madonna aretina non va toccata. Lei sì, che è brava e si intende di tutto. Anche se prima di fare il ministro non sapeva nemmeno cosa fosse un consiglio comunale. La berlusconiana era per forza una gallina impreparata e goffa, un’oca giuliva come la chiama il Fatto quotidiano, il simbolo della mancanza di meritocrazia. Le renziane hanno fatto carriera, invece, perché sono tutte eredi di Margaret Thatcher.

Al contrario delle berlusconiane raccomandate e volgari,  le renziane sono sempre perfette, sia a parlare che a vestire. E queste sì che sono doti da statista. E non importa se collezionino errori e gaffe a ripetizione, se la Madia sbaglia ministero, se la Boschi da Laterina telefona a Lucia Annunziata, direttrice dell’Huffington Post, per chiederle di togliere un articolo a lei sgradito, bastano quei vestiti candidi e l’assenza di trucco, il finto stile trasandato della Madia e gli shatush alla Belen della Boschi, lo smalto alla moda, e quegli occhioni celesti da cerbiatta, per far passare a tutte qualsiasi sbaglio.

Quando la Mariastella Gelmini si confuse sul tunnel (inesistente) che collega il Cern di Ginevra al Gran Sasso nell’esperimento sui neutrini, scoppiò uno scandalo planetario.

Che importa, invece, se la Madia dopo aver flirtato praticamente con  tutte le correnti esistenti nel suo partito (anche quelle non esistenti) si è ritrovata alla fine nel governo di Matteo. Guai a chiamarla raccomandata, lei è solo una eccezionale seduttrice. A chi prova ad accusarla di voltagabbanismo lei risponde, “saranno gli altri ad essere  madianiani”.

E che importa se Pina Picierno (nella foto) ribadisca che con 80 euro al mese ci sta bene due settimane, con tanto di scontrino mostrato fieramente in diretta tv. I giornali la lodano: “Riesce sempre a stupire quella ragazza”.

Poi c’è Alessia Morani, (nella foto) ex bersaniana, pupilla renziana per la Giustizia. Pare che la sua nomina sia stata fatta, all’ultimo tuffo, solo perché è giovane, è donna, è avvocato, è deputato Pd. Ma non va detto.

Dopo aver fatto la pratica forense e aver superato l’esame di abilitazione alla professione legale ha intrapreso subito la strada della politica, senza mai aver messo piede in un tribunale. Famosa per il suo tatuaggio floreale che scende dalla caviglia verso le dita del piede, si è fatta notare per la sua collezione di figuracce. E’ diventata nota dopo la sua partecipazione a Ballarò: affrontando i temi della legge di Stabilità, della tassazione della casa e del Job act, si contraddistinse per confusione e qualunquismo. Tanto che venne soprannominata “miss supercazzola”.

Ma guai, queste cose non si possono dire delle Renzi’s girls. Basta che siano parte della nuova politica, il resto non conta.

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