Mentre il premier Matteo Renzi è negli Stati Uniti a parlare dei massimi sistemi con tutti i capi di Stato e di governo del pianeta, di pace nel mondo, di clima, di nuove tecnologie, di ambiente, noi qui in Italia, piccoli provincialotti che non siamo altro, ci dobbiamo accontentare dei soliti tre argomenti spelacchiati e della nostra Italiuccia da quattro soldi: dei vari De Falco demansionato e Schettino premiato, dei Camusso e dei Bonanni, dei Bersani e dei Fassina. Dobbiamo ridurci a parlare anche dell’articolo 18 che in verità è solo una piccola parte del problema e non servirà certo a trovare lavoro ai giovani e a risollevare le aziende.

Le riforme del mercato del lavoro da sole non creano occupazione, ma questo Renzi pur sapendolo fa finta di non saperlo. Devono essere collegate a politiche macroeconomiche. Da una parte ci lamentiamo della precarietà e dall’altra liberalizziamo sempre di più i contratti. Se non c’è domanda di lavoro a cosa serve pensare ai reintegri e agli indennizzi? L’unico modo per creare lavoro è abbassare le tasse delle imprese. Ma su questo aspetto il governo non si è ancora pronunciato.

Il contratto a tutele crescenti è un’altra boiata. Se la tutela crescente si risolve in un po’ più di indennizzo in cambio della libertà di licenziare, non è che questo sia un gran risultato. Il diritto al reintegro resterà solo sui licenziamenti discriminatori, ma è molto difficile per il lavoratore provare questi casi.

Insomma, a ben vedere quello che sta facendo Renzi l’articolo 18 per ora è tornato comodo solo ai suoi amici che pian piano ha fatto assumere a destra e a manca. Gli unici che hanno beneficiato di qualche reintegro sono stati quelli a cui Renzi ha trovato un lavoro da quando è premier.

Una massa sempre più fitta di adulatori che fa di tutto per farsi notare dalla nuova stella della politica, confidando in una ricompensa. Ce ne sono talmente tanti che è costretto a scansare i tanti leccapiedi che gli intralciano il cammino. Chi conquista la vetta come ha fatto lui in pochi mesi, corre il rischio di sentirsi imbattibile e questo potrebbe fargli prendere una botta micidiale. Anche perché in certi casi questa non è convinta ammirazione ma è conformismo. Confonde cioè la fedeltà con la lealtà e guarda il dissenso con sospetto. Veleno letale per la sua permanenza al potere.

Tutti questi yes men and women sono stati conosciuti da Renzi quando era presidente di Provincia di Firenze prima e sindaco di Firenze dopo, e alcuni di questi gli costarono anche una condanna da parte della Corte dei conti per essere stati assunti senza qualifiche e con stipendi sproporzionati all’incarico.  

Amici infilati nella segreteria del Pd, nei ministeri, nelle aziende pubbliche, in Parlamento, negli uffici di Palazzo Chigi e al governo. Tutti presi in carico con una promessa: non fare mai ombra al premier che è uno e uno solo. Che poi abbiano esperienza o meno non importa.

Il lampadina Luca Lotti è partito da consigliere comunale a Montelupo nel Fiorentino ed è stato per Renzi capo del suo staff in Provincia e capo di Gabinetto del sindaco di Firenze. Oggi è sottosegretario alla presidenza del Consiglio.

David Ermini di Figline Valdarno è oggi stato nominato responsabile Giustizia del Pd, il suo mentore politico Lapo Pistelli è viceministro degli Esteri, l’ex presidente della partecipata del Comune di Firenze Publiacqua Erasmo D’Angelis è capo struttura di missione contro il dissesto idrogeologico e per lo sviluppo delle infrastrutture a Palazzo Chigi.

L’avvocata ex membro del cda di Publiacqua a Firenze Maria Elena Boschi è ministro per le Riforme, il suo “autista” l’avvocato Francesco Bonifazi è stato voluto da Renzi come capogruppo Pd e portato alla Camera come deputato e poi tesoriere del Pd, l’ex assessore al Comune di Scandicci Simona Bonafè, di cui Renzi è stato testimone di nozze, è oggi eurodeputato.

Giovanni Palumbo già responsabile dell’ufficio di Gabinetto del giovane presidente della Provincia (quello che ha firmato tutte le spese di Renzi finite poi nelle mani dei giudici amministrativi), è stato alla direzione delle risorse finanziarie del Comune di Firenze e oggi è capo segreteria del premier.

Franco Bellacci detto “Franchino”, il dipendente pubblico che è stato a fianco del compagno Renzi durante tutte le trasferte esterne, andrà a gestire la sua agenda a Palazzo Chigi.

Pilade Cantini, ex assessore di Rifondazione comunista a San Miniato nel Pisano è tecnico informatico e andrà a occuparsi della comunicazione del premier e pure la moglie Elena Ulivieri, laureata in informatica e disoccupata è stata presa per gestire la corrispondenza del premier.

Antonio Campo Dall’Orto, ex direttore di Mtv, di La7 e dell’americana Viacom è stato messo nel cda di Poste, Elisabetta Fabri con una sola “b”, da non confondere con la Elisabetta Fabbri ex commissario per i Nuovi Uffizi, amministratore delegato e presidente di Starhotels, catena internazionale di alberghi nata a Firenze è stata piazzata alle Poste, l’economista Luigi Zingales sempre in prima fila alle Leopolde nominato nel cda di Eni, il sottosegretario all’Interno Domenico Manzione, magistrato, già sostituto procuratore presso la Procura di Lucca e poi a Firenze. Il 2 maggio 2013 viene nominato sottosegretario sotto il ministro Angelino Alfano nel Governo Letta. Nel mese di settembre chiarisce di essere stato nominato da Letta dietro indicazione di Matteo Renzi, basata su ragioni di conoscenza, di affetto, di amicizia e di stima personale e confermato nel governo Renzi. Ovviamente.

La sorella di Manzione, la vigilessa Antonella Manzione ex capo dei vigili urbani di Firenze è oggi capo dell’ufficio legislativo del governo e la sua nomina è stata fortemente voluta dal premier, Luca Di Bonaventura dall’Ansa di Firenze e dallo staff di Renzi a Firenze è finito a gestire il rapporto con i media per Luca Lotti, Elisa Simoni, la cugina del premier, è deputata, il lucchese Andrea Marcucci è senatore, l’amica fiorentina Tea Albini è deputata ed è stata ex consigliera Renzi, Rosa Maria di Giorgi è deputata ed è stata ex assessore di Renzi, Dario Parrini ex sindaco di Vinci, è deputato e segretario regionale del Pd in Toscana Pd, la renziana empolese Laura Cantini è finita al Senato, Cosimo Ferri magistrato di Pontremoli, sottosegretario alla Giustizia con Renzi.

E chissà quanti ne avrò dimenticati.

Il Principe di Niccolò Machiavelli (1532) insegna anche in questo caso: “Importanza della scelta dei collaboratori: da essa si può giudicare dell’ingegno di un principe. L’adulazione è insidiosa; il principe dovrà concedere facoltà di giudizio e libero consiglio a pochi collaboratori savi e fidati; avutone il parere dovrà però decidere egli stesso. La saggezza di un governo dipende sempre dalla qualità del principe, non dai consiglieri”.

La prima idea che ci si fa di un principe – del suo “cervello” scrive Machiavelli – “è vedere li uomini che lui ha d’intorno”. La tempra di un leader, dicono gli esperti, si misura osservando il suo staff, ovvero valutando la qualità degli uomini di cui si circonda. Non basta avere un grande talento politico. Per governare serve cultura e se uno la cultura non ce l’ha, deve almeno compensare con quella degli altri.

Machiavelli suggerisce di ascoltare molti consiglieri, affinché giungano all’orecchio del leader il maggior numero di informazioni possibili. “Largo domandatore” e “paziente uditore del vero”. Non c’è altro modo per scampare dagli untuosi adulatori, dannosi come la peste, scrive Machiavelli. Un leader paga a caro costo il fatto di circondarsi di adulatori. Questi, infatti, non gli diranno mai il vero, ma soltanto quanto loro reputano sia già il parere del leader. Proprio quello che Renzi vuole.

Tag: , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,