Ricordate lo scandalo della Asl 1 di Massa in Toscana? Forse il caso più eclatante di malasanità degli ultimi vent’anni del quale, stranamente, i giornali hanno parlato pochissimo. Un buco di bilancio di 420 milioni maturato negli anni in cui l’attuale governatore della Regione, Enrico Rossi (nella foto), quello che un sondaggio ha anche nominato a migliore d’Italia (immaginiamoci gli altri) era assessore alla Sanità nella giunta dell’allora presidente della Regione Claudio Martini. Il governatore Rossi rispedì al mittente ogni accusa e si svicolò dalle responsabilità che evidentemente lo riguardavano. Ma fece di più. Puntò il dito contro i due ex direttori generali della Asl 1 e sulla società di revisione dei conti con questo risultato: assoluzione per due su tre, mentre il terzo ha richiesto il proscioglimento pieno pur essendo prescritta l’ipotesi di reato. Quindi chi è il responsabile di quella voragine? Rossi non poteva non sapere essendo allora assessore regionale alla Sanità. Eppure nega.

Per dieci anni ha guidato la Sanità toscana e sul mito dei conti in pareggio ha costruito la sua candidatura a presidente in occasione delle Regionali del 2010. Dal punto di vista penale saranno i tribunali ad acclarare di chi sia la responsabilità del buco di bilancio della Asl 1, ma dal punto di vista politico questa ha un nome e un cognome: Enrico Rossi.

“Il presidente della giunta regionale può anche accusare i consiglieri di Forza Italia di strumentalizzazione – afferma il coordinatore regionale di Forza Italia Massimo Parisi a commento dei recenti sviluppi della vicenda processuale relativa al caso della Asl 1 – ma i fatti parlano chiaro: la voragine di circa 420 milioni di euro nelle casse dell’azienda sanitaria di Massa si è prodotta negli anni in cui Rossi era il dominus indiscusso della Sanità toscana, venendo però alla luce solo dopo la sua ascesa alla presidenza, quando alla guida del suo assessorato c’era Daniela Scaramuccia”. Per Parisi “il teorema accusatorio
costruito da Rossi sta franando come un castello di carte”.

“Una giunta che fa dell’improvvisazione e dell’incoerenza i suoi tratti distintivi: vara importanti provvedimenti senza tenere in considerazione le obiezioni dell’opposizione di centrodestra e delle altre istituzioni così come i suggerimenti delle categorie economiche e sociali, salvo poi, una volta sollevato il vespaio, fare dietrofront”, continua Parisi.

Il caso più recente è quello del Piano paesaggistico, il cui dirigismo e le cui prescrizioni, una volta in vigore, rischierebbero di mettere in ginocchio importanti settori economici della Toscana, a partire da quello vitivinicolo, eccellenza del made in Tuscany e colonna portante dell’export regionale. Altro dietrofront con l’appello ai vip toscani per una raccolta fondi a sostegno del turismo costiero in crisi, dopo poche ore trasformata in una sorta di pubblicità progresso.

E come dimenticare la retromarcia del febbraio scorso su “Divina Toscana”, la campagna promozionale con le immagini taroccate, prima presentata e poi ritirata proprio alla vigilia della Bit 2014, tanto che all’evento lo stand della Toscana era l’unico privo di immagini. Casi recenti, questi, che si vanno a sommare ai compromessi sulla lunghezza della pista dell’aeroporto di Firenze e alle modifiche alla legge sull’urbanistica adottate dopo una sommossa dei sindaci, o alle dichiarazioni contraddittorie del governatore e dei suoi assessori. “Casi – conclude Parisi – che danno la misura di un governo regionale che in questi anni ha dimostrato la sua inadeguatezza”.

In questo periodo Rossi è alle prese con la sua regione: ventisei tappe tra crisi, eccellenze e rinascita. Le tappe sono quelle dell’itinerario, compiuto in Toscana tra l’ottobre 2013 e il maggio scorso, che ha dato vita a Viaggio in Toscana, il suo primo libro dopo quasi 15 anni di impegno amministrativo in Regione. Un libro che contiene anche un clamoroso errore storico, quando a pagina 64, nel suo viaggio in Val di Nievole, fa un accenno all’eccidio del Padule di Fucecchio (Firenze) del 23 agosto 1944. Il governatore (o chi per lui) scrive: «… il pensiero va all’eccidio che i nazisti compirono nell’estate del 1944 uccidendo 174 civili, quasi tutti partigiani ritiratisi nel Padule da Pistoia e Firenze per proseguire la lotta di liberazione».  A parte una o due vittime in più o in meno (il tribunale militare di Roma ha compilato un elenco di 176 vittime, messo nella sentenza del maggio 2011, in cui emerge la condanna – inutile – di tre novantenni) quelle vittime furono, soprattutto, bambini, donne, anziani e giovani renitenti alla leva. Gente inerme insomma. Basta scorrere l’elenco per accorgersi della loro età. Martiri di un’azione di guerra, studiata a tavolino, per creare il terrore tra gli sfollati e non avere, così, problemi nella ritirata. Niente a che fare con i partigiani sognati da Rossi.

Ebbene, il presidente ha presentato il suo libro in diverse citttà della Toscana, snobbando però l’appuntamento di sabato 20 settembre a Bagno Vignoni “I colori del libro” organizzato da Toscana Libri e invece correndo a tutta birra a quello del 1° settembre, alla festa provinciale de L’Unità del Pd di Siena,  intervistato nientemeno che da Stefano Bisi, vicedirettore del gruppo Corriere di Siena, ma soprattutto Gran maestro del Grande Oriente d’Italia, la più antica obbedienza della massoneria italiana. Ognuno ha i suoi guru.

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