Sì vabbè. Nel 1983 era tutta un’altra cosa. Roberto Benigni è un camaleonte. Cambia insieme al tempo nel quale vive. Oggi, a 62 anni, è così come lo abbiamo visto nelle due serate de “I Dieci Comandamenti”. Una delle cose più belle che la Rai abbia mai saputo mandare in onda negli ultimi 50 anni. Ovvero quasi da quando esiste la tv di Stato. I migliori due milioni e 600mila euro che abbia mai speso. Una bomba di emozioni fortissime e un interprete sublime, degno di un Oscar. Solo uno che ha saputo scrivere e interpretare un capolavoro come “La vita è bella” che tratta la Shoah con la leggerezza di una favola, poteva mettere sul palco un monologo egregio e raffinato di due ore (senza mai bere) sul tema più complesso della storia dell’umanità: Dio e la creazione dell’uomo. Quasi un miracolo visto che Benigni oltre che ateo è anche comunista.
Un miracolo come lo share. La prima serata de “I Dieci Comandamenti” è stata seguita da 9,1 milioni di telespettatori, 33,2 per cento di share. La seconda 10.266mila telespettatori con il 38.3 per cento di share. Pazzesco, nemmeno Sanremo con Raimondo Vianello.
Ma non è questo il punto. Il punto è sempre quello dei soldi. Non si bada ai sentimenti, alle emozioni, a ciò che piace, a ciò che fa schifo nel mondo televisivo. Agli sperperi di denari per personaggi che non valgono un tubo. No, si bada a quello che uno si mette in tasca. Punto e basta. Tutto il resto non conta. Sì, è indubbio, Benigni ha inghiottito uno stonfo di soldi, perlopiù pubblici. Ma quello che ha dato in cambio, signori miei, vale molto, ma molto di più. Bravi gli autori, bravi i consiglieri, gli studiosi, i professori che lo hanno aiutato in questo percorso, e il suo super manager Lucio Presta che certo si è ritagliato una bella fetta di soldi, ma soprattutto bravo lui. Benigni in queste due sere ha superato se stesso, ha raggiunto quella maturità propria solo dei grandi artisti.
Con l’età che avanza aumenta anche la sua saggezza, intrinseca al genio e al talento propri dell’uomo. Certo, non possiamo dimenticare quell’altro monologo, di bestemmie, quando interpretava Cioni Mario in “Berlinguer ti voglio bene”, e i suoi magistrali dialoghi con il Monni, film censurato per vent’anni. Oggi però, dopo averlo sentito decantare la parola di Dio, cambia tutto. Benigni è un gigante. Altolà alle mitizzazioni, figuriamoci se Robertaccio ne ha bisogno. Ma non si può non accorgersi della bellezza in mezzo a quelle parole. Vero è che l’argomento predisponeva già al successo, di sicuro più di Dante o della Costituzione, ma che quel successo diventasse un monito, un insegnamento e una speranza, era totalmente inaspettato.

Quello di Benigni su RaiUno è stato un grande spettacolo. Uno di quelli che la Rai dovrebbe offrirci almeno una volta alla settimana perché ne abbiamo diritto sacrosanto con tutto quello che paghiamo all’anno per una continua spazzatura. Uno spettacolo che sarebbe da tradurre in tutte le lingue e diffondere in tutto il mondo. Uno spettacolo da far vedere e imparare ai bambini nelle scuole al posto dell’ora di religione, ai preti nelle diocesi, ai giudici nei tribunali. Uno spettacolo che non è uno spettacolo ma una prova di coscienza. Tanto che Papa Francesco dovrebbe chiamare Benigni per ringraziarlo personalmente. Mai la Chiesa ha spiegato i dieci comandamenti in maniera così chiara e semplice.
Poi però sempre la Rai ha sciupato tutta la magia. La prima sera, dopo lo show, appare sullo schermo il faccione deturpato di Bruno Vespa davanti a un presepe. Rivolgendosi, da ruffiano professionista, a quella faccina incantata di Maria Elena Boschi le dice: “Tra l’altro lei ha anche impersonato la Madonna da giovane in un presepe vivente quindi siamo perfettamente in tema”. E questo sarebbe uno dei migliori giornalisti italiani. Come rovinare tutto in cinque secondi. Vespa dopo lo spettacolo di Benigni è come bere una bottiglia di Guttalax intera, dopo una cena a base di aragosta.
Poi le polemiche sul cachet, che in questo caso hanno solo il sapore amaro di un bieco populismo da quattro soldi, degne solo di persone piccole, piccole. Ciò che è stato dato a Benigni e alla sua agenzia, è stato ampiamente ripagato dalla valanga di spot che ha preceduto la messa in onda. Ma vallo a far capire agli scervellati dei grillini. Perché ovviamente anche se si parla di Dio, vuol metterci il becco anche la politica.
Ma veniamo ai soldi. La Rai paga due milioni e 600mila euro a Benigni. Tanti. Ma lui fa guadagnare anche tanto alla Rai dalla vetta del 38 per cento di share. La domanda, semmai, è cosa ci sta a fare in Rai uno come Massimo Giannini inutilmente strapagato per lo schifo di trasmissione che propina sull’etere con Ballarò (4,4 per cento di share). Cosa ci sta a fare Bruno Vespa (3.287 euro al giorno), che da 40 anni raccatta soldi a mani basse dalla tv pubblica per dare in cambio programmi penosi conditi da un servilismo che ha raggiunto livelli imbarazzanti. Quali emozioni hanno saputo dare negli anni Fabio Fazio (2 milioni di euro di contratto più 600mila euro per i Festival di Sanremo), Antonella Clerici con i suoi 1,5 milioni di euro. Oppure a cosa sia servita l’ipocrisia trasformata in informazione di Roberto Saviano, la bassezza di Giovanni Floris, la stupidità di Maurizio Crozza, l’inutilità di Nando Pagnoncelli. A cosa servono i 20mila euro per i dieci minuti di scemenze a puntata di Luciana Littizzetto e i 350mila euro per ogni Festival.

Oppure il senza vergogna Antonio Caprarica, l’ultimo guru del giornalismo italiano, che dopo aver succhiato stipendi dalla tv di Stato per 25 anni, è andato via in polemica alla tv di albanese Agon Channel, salvo poi scappare un mese dopo perché a Tirana avevano osato farlo lavorare. Questi sono gli sperperi della Rai, non Benigni.
Anzi, a proposito di ipocrisia, a questo punto una proposta potrebbe essere avanzata al premier Matteo Renzi, toscano come Roberto ma che non gli assomiglia nemmeno in un’unghia dei piedi. Se solo fosse un pochino più umile forse convocherebbe lui a Palazzo Chigi invece della Boschi, di Delrio, di Padoan o di Prodi. Magari imparerebbe qualcosa. E visto che ha avuto il coraggio di nominare Riccardo Muti come possibile nuovo inquilino del Quirinale, perché allora non nominare anche Benigni? Anche lui è un artista e conosciutissimo fuori dai confini nazionali. Hanno tirato fuori dal cilindro personaggi assurdi come la Gabbanelli o Veltroni. Allora perché non potrebbe salire Benigni al Colle? In fondo, dopo la vergogna Napolitano, andrebbe bene anche il mago Silvan.

 

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