++ Renzi, naturale governo con chi crea lavoro ++

Il presidente del Pd siciliano è stato cacciato dai renziani del Pd di Renzi, o meglio dagli uomini di Renzi, perché è andato a casa di Berlusconi. E quando ci andava Renzi?
Il caso risale a febbraio. Marco Zambuto, presidente del Pd siciliano, viene di fatto obbligato alle dimissioni perché è stato a Palazzo Grazioli, nella residenza romana di Silvio Berlusconi, dove avrebbe concordato le discusse primarie unitarie di Agrigento. Quelle organizzate insieme, dal Pd e da Forza Italia, nelle scorse settimane e che hanno visto vincere Silvio Alessi, il candidato appoggiato anche, esplicitamente, da Forza Italia. Il segretario dem di Agrigento Peppe Zambito ha difeso l’operazione come l’unica che può consentire a un partito fortemente minoritario – il Pd di Agrigento – di dire la sua in sede di governo cittadino.
Il governo regionale di Rosario Crocetta si regge sull’accordo con pezzi di centrodestra siciliano: uomini di Cuffaro, uomini di Lombardo. Ma questo va bene, è tutto accettabile, basta non andare a casa di Silvio. Da essere alleati a diventare la stessa cosa: Giuseppe Alberto Falci, proprio alla fine di febbraio, racconta di una transumanza per cui pezzi di quella vecchia Sicilia diventano parte integrante del nuovo Pd.  Ancora una volta va tutto bene: basta non andare a casa di Silvio.

Meno di dieci giorni dopo, alle celebrazioni ufficiali per questi nuovi innesti che portano freschezza e soprattutto voti al Pd siciliano, presenziano nientemeno che Lorenzo Guerini e Davide Faraone. Vale a dire il renzismo ufficiale, quello che da Roma segue tutte le partite più importanti sui territori, nella persona di Guerini, e quello siciliano della prima ora, rappresentato da Faraone. Evidentemente va tutto bene, basta che non si vada a casa di Berlusconi.
Infatti sono proprio Guerini e Faraone, affiancati dal segretario regionale Raciti, che oggi tuonano, chiedono e ottengono le dimissioni di Zambuto perché – appunto – è andato a casa di Berlusconi. Ci è andato, con ogni probabilità, per discutere di un’operazione politica  – le primarie congiunte – discutibile certo, magari inopportuna, ma ampiamente avallata dal partito regionale e nazionale, tanto che nessuno si scagliò contro il segretario di Agrigento o contro quello regionale (quel Raciti) che quelle primarie avevano accettato e benedetto, salvo poi correre goffamente ai ripari a risultato acquisito dichiarandole nulle.

Il problema insomma non è politica, ma solo di forma: a casa di Berlusconi non si può andare, punto e basta. Il dubbio si rafforza se si pensa che il 7 dicembre del 2010, scatenando un putiferio nel suo partito, Renzi a casa di Berlusconi ci era andato eccome e si era preso pure i suoi complimenti: “Tu mi somigli”. Le cronache del tempo malignavano di investiture e eredità politiche. Nessuno chiedeva le dimissioni, ma il fastidio dei puristi era evidente. La casa era diversa, ma il padrone di casa era lo stesso. Diverso era l’ospite, diversi erano i tempi e i leader di partito. Diversi erano, insomma, i pesi e le misure. Ma oggi, in regime di dittatura, con Kim Jong-un Renzi non si scherza. Quello che dice l’uomo solo al comando va eseguito e zitti. Siamo già molto fortunati se in una situzione così ci sia ancora un governo “pseudo-democratico” e non una giunta militare come in Corea. Altro che rottamatore, benvenuti nel paese delle meraviglie a democrazia sospesa del tele imbonitore.

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