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Matera, Rovigo, Chieti, Nuoro, Enna, Fermo, Pietrasanta, ma soprattutto Venezia e Arezzo hanno dimostrato che è il vento ad aver cambiato verso, non l’Italia di Renzi. Persino nel feudo della ministra alla programmazione del tacco e dello shatush Maria Elena Boschi, dopo 9 anni ha vinto il centrodestra con Alessandro Ghinelli, 63 anni, ingegnere e professore alla Facoltà di Ingegneria di Firenze, che ha battuto il renziano Matteo Bracciali, 31 anni. Segno che anche l’assurdo scontro anagrafico con il quale Renzi voleva conquistare il mondo si è dimostrato essere solo un fuoco fatuo. Come diceva Amintore Fanfani “se uno nasce bischero resta bischero, anche se ha trent’anni”.

Un’altra prova del vento che cambia è Pietrasanta dove ha vinto Massimo Mallegni berlusconiano di ferro, già sindaco della cittadina nel 2000. Una storia emblematica la sua. Riconfermato sindaco cinque anni dopo, nel 2006 finì in carcere con accuse pesanti da cui due anni fa è stato completamente assolto insieme ad altri imputati.

Ma il punto è un altro. Chi fu a farlo sbattere in galera? Una certa Antonella Manzione, originaria di Forino, Irpinia, comandante dei vigili di Pietrasanta per l’appunto, che oggi Renzi ha messo a capo dell’ufficio giuridico e legislativo della Presidenza del consiglio dei ministri. Un ruolo delicatissimo.

Agli albori di una carriera velocissima e folgorante, la Manzione accusò Mallegni di colpe di ogni genere: uso improprio dell’auto di servizio, estorsione, peculato, truffa, associazione a delinquere. Fece scoppiare un macello insomma. Nel 2002 presentò un esposto per mobbing perché Mallegni era colpevole di averla fatta rimuovere da capo dei vigili. In procura a Lucca c’era, guarda un po’, il fratello pm Domenico, che ha sempre spiegato di non aver “mai seguito il processo nato dopo le denunce di mia sorella, ma solo la maxi inchiesta sulla corruzione a Pietrasanta dove Mallegni era uno degli imputati”. I legali di Mallegni sostengono che il contesto era lo stesso e che tutto è nato da quell’esposto e dai successivi 51 capi di imputazione piovuti sulla testa dell’ex sindaco. Fatto sta che nel gennaio 2006 Mallegni venne arrestato insieme a suo padre e a metà del suo staff su richiesta del pm Manzione. Per colpa dei fratelli Manzione resta in galera trentanove giorni, facendosi anche l’isolamento.

Mallegni è stato sempre assolto da tutto e i Manzione, invece di essere cacciati da ogni ufficio pubblico sulla faccia della Terra sono stati addirittura promossi da Renzi. Perlopiù Manzione femmina non ha nemmeno la buona creanza di spiegare cosa ne pensa del fatto che i cittadini di Pietrasanta abbiamo rivotato quello che lei ha cercato di rovinare. Perché lei dice di essere “una civil servant. Non parlo con i giornalisti, io lavoro e basta”. Anche se in realtà con qualche giornalista amico è bendisposta eccome.

Mentre Mallegni si occupava dei guai causati dalla Manzione ricavando un’assoluzione dopo l’altra per quell’arresto illegittimo, i suoi accusatori hanno fatto carriera politica nel segno di Matteo Renzi. Il primo a fare il gran salto è il Manzione pubblico ministero, Domenico, che nel 2013 viene nominato sottosegretario all’Interno con Enrico Letta, su indicazione del segretario del Pd quando ancora non era a Palazzo Chigi. E’ lui stesso a confessarlo: “Sono un tecnico considerato in quota renziana, quindi questo le fa capire com’è che io sia arrivato sin qui. Nel senso che ci arrivo per indicazione derivante da Renzi, basata su ragioni di conoscenza, di affetto di amicizia e di stima personale”. Renzi si affanna a spiegare che il renzismo è una brutta malattia, che le correnti non esistono, “non chiamatevi renziani, non lasciate che il vostro impegno politico si definisca con il cognome di un altro. Non fatelo, siate ‘voistessiani’”. Sì, certo.

Ma di Manzione a Renzi ne servono sempre due alla volta. Fratello e sorella viaggiano in coppia come i caramba. Entrambi molto affiatati, al punto di condividere, anche se non in contemporanea, gli stessi spostamenti di città in città e, da buoni partenopei, gli stessi amuleti (a casa in Versilia hanno 300 gufi). La sorella Antonella, da capo della polizia locale di Pietrasanta si è ritrovata, dopo aver rovinato Mallegni, a capo dei vigili di Lucca (nello stesso periodo in cui il fratello faceva il pm di quella procura) e poi, nel 2009, assunta a chiamata diretta a Firenze per volere del neosindaco Renzi, dove ricoprì anche il ruolo di direttore generale di Palazzo Vecchio.

Quando Renzi diventa presidente del Consiglio, se la porta con sé a Roma, in una delle posizioni cruciali dello staff di governo, capo degli affari giuridici. Al fratello venne assegnata una poltrona alla procura distrettuale e generale di Firenze, per due volte componente del consiglio giudiziario fiorentino; poi anche lui va a Roma come sottosegretario all’Interno con Alfano. Del resto gli amici e raccomandati che Renzi ha piazzato a Palazzo Chigi, in Parlamento e in aziende pubbliche senza alcun titolo né merito, non si contano più. Renzi evidentemente ha la panchina corta, e i suoi sodali li sposta dove gli fa più comodo. Anche la Corte dei conti ha scritto che la Manzione non ha i titoli per fare quello che fa, ma Renzi se ne infischia. Come fa sempre per tutto e per tutti.

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