Verdini lascia Berlusconi e da vita ad un gruppo autonomo - FOTO DI REPERTORIO

Ogni volta che penso a Denis Verdini mi viene in mente Jordan Belfort, uno dei più famosi broker della storia, in The Wolf of Wall Street. Belfort inizia la sua carriera a Wall Street, sotto la guida di Mark Hanna. «Regola numero uno: spostare i soldi dalle tasche del tuo cliente e metterli nelle tue». Il giovane impara in fretta facendo carriera a forza di fregare il prossimo. Fonda la Stratton Oakmont, assoldando malavitosi del quartiere come brokers. Belfort diventa il capobranco di una moltitudine di persone come lui, che amano le droghe, i festini, il sesso, ma soprattutto i soldi: «Lasciate che vi dica una cosa. Non c’è nobiltà nella povertà. Sono stato un uomo povero, e sono stato un uomo ricco. E scelgo di essere ricco tutta la vita, cazzo!».

Molto di quello che la Stratton fa non è legale e, per questo, la caccia dell’FBI è spietata, tanto quanto le attività dell’azienda. Belfort a un certo punto ha la possibilità di farsi indietro, di lasciare le redini della società ai suoi soci, uscendone così pulito. L’ha sfangata tante, troppe volte. Suo padre e il suo avvocato gli dicono: “Vattene ora, l’hai fatta franca!”, ma non vuole ascoltarli. Belfort vuole ancora di più. Non riesce a resistere di approfittare delle persone e di fare soldi.  Ma “fotti oggi, fotti domani”, aveva predetto il detective dell’FBI, la festa finisce: Belfort viene arrestato.

A quel punto, il lupo ha davanti a sé una scelta: proteggere il suo branco, non rivelando le attività illecite dei suoi soci, o collaborare con le autorità, evitandosi molti anni di prigione. Siccome l’uomo è un lupo per gli altri uomini, da capobranco modello, Belfort diventa il pentito, l’infame, il rivale, e ottiene una pena minima di tre anni, in un carcere di bassa sicurezza, ma perde gli “strattoniani”. Del resto, come afferma Mad Max, il padre (e collaboratore) di Jordan: «Tutti i nodi vengono al pettine…qualsiasi cosa volesse dire».

La resa dei conti è arrivata anche per il lupo di Firenze, Denis Verdini, per il quale i pubblici ministeri fiorentini hanno richiesto 11 anni di reclusione al termine della requisitoria del processo sul crac della banca Credito Cooperativo Fiorentino e sulle presunte truffe allo Stato per i contributi dell’editoria e i giudici del tribunale di Firenze lo hanno condannato oggi (2 marzo 2017) a 9 anni in primo grado: è stato riconosciuto colpevole dei reati di bancarotta e truffa allo Stato, mentre è stato assolto dall’accusa di associazione a delinquere.

Secondo l’accusa, Verdini, presidente della banca dal 1990 al 2010, con una gestione scandita da favori agli amici, concedeva crediti illimitati senza alcuna garanzia portando la banca a un’esposizione complessiva di quasi venti milioni di euro. La truffa ai danni dello Stato è dovuta ai contributi pubblici ricevuti illegittimamente dal Giornale della Toscana fondato nel 1998 e Metropoli, di cui era editore. Tra gli altri 33 imputati, anche il parlamentare di Ala Massimo Parisi, condannato a due anni e sei mesi per truffa allo Stato (i pm ne avevano chiesti 6), e gli imprenditori Riccardo Fusi e Roberto Bartolomei, condannati entrambi a cinque anni e sei mesi per concorso in bancarotta.

Cresciuto a Fivizzano, un paese sperduto in provincia di Massa Carrara, a diciassette anni mostra già la sua unica passione: i soldi. Trasforma la macelleria del padre in un business: import export di carni da macello dai Paesi dell’est, Germania, Spagna, Irlanda. Un giro di denaro che investe in palazzi. Il primo a Firenze, dove si trasferisce. Nel frattempo si laurea in Scienze politiche per poi fare, curiosamente, il commercialista, prima di prendersi una banca, un gruppo editoriale e sfondare in politica grazie a Forza Italia (che finanzia) e alla conquistata amicizia di Silvio Berlusconi.

Ho lavorato per molti anni per il gruppo editoriale di Verdini, la Ste (Sociatà Toscana di Edizioni-Sette mari), che pubblicava diversi giornali, dal Cittadino Oggi di Siena, a Metropoli in varie province della Toscana, fino alla capofila Il Giornale della Toscana, costola del Giornale nazionale, tutte testate miseramente fallite, lasciando tanti giornalisti senza un lavoro e senza liquidazione, compreso l’ultimo direttore. Per i pm, il gruppo Società Toscana di Edizioni-Sette mari avrebbe emesso fatture false tra il 2007 e il 2010 per dichiarare al fisco passività inesistenti ed evitare o ridurre fortemente le imposte sul reddito e sull’Iva. Nelle dichiarazioni dei redditi le passività fittizie ammonterebbero a 6,6 milioni di euro, nelle dichiarazioni dell’Iva la cifra raggiungerebbe i 7,6 milioni.

Ricordo lo sfarzo di quegli anni, le cene, i regali, le feste, i benefit. Verdini non badava a spese. Era un editore poco presente in redazione ma molto attento a ciò che accadeva in amministrazione. Di sicuro la sua presenza si percepiva anche da Roma dove muoveva le fila dei suoi interessi. Rigido e sprezzante, ogni volta che si affacciava in via Cittadella a Firenze (sede del Giornale della Toscana) i suoi gemelli ai polsini delle camicie facevano tremare i polsi a molti. Perché quello che decideva lui era legge. E non c’erano margini di dialogo.

SÌ ALLE UNIONI CIVILI, VERDINI VOTA LA FIDUCIA

Nel 2008 mega festa per i 10 anni di vita del Giornale della Toscana alla Scuola di Guerra Aerea dell’Aeronautica alle Cascine: al tavolo d’onore con Verdini siede Matteo Renzi, presidente della Provincia. E poi gli “strattoniani”, ovvero i “verdiniani”, molti dei quali fedeli ancora oggi: Riccardo Mazzoni, ex direttore del Giornale della Toscana, premiato con un posto a Montecitorio, Massimo Parisi, suo braccio destro e portaborse, amministratore delegato del Giornale della Toscana e direttore dei vari Metropoli, anche lui ripagato per i suoi favori con un seggio in Parlamento. Poi ancora Pierluigi Picerno, amministratore e liquidatore di Ste, è amministratore unico di Intermezzi, società di pubblicità e comunicazione concessionaria di Rdf e Lady Radio. Monica Faenzi, ex sindaco di Castiglione della Pescaia, candidata alle Regionali 2010 con Forza Italia, premiata con un seggio alla Camera che dura dal 2008 e che poi ha cambiato casacca, trasferendo i voti che ha preso con Forza Italia grazie a Silvio Berlusconi e che le hanno permesso di diventare deputata, a sostegno del governo Renzi. Una scelta tutt’altro che rispettabile. Soprattutto per gli elettori.

I pm ricostruiscono la ragnatela di rapporti tra la banca di Verdini e altri due  “strattoniani”, ovvero i “verdiniani”: i due imprenditori Riccardo Fusi e Roberto Bartolomei, soci della holding Hbf che controllava decine di società, fra cui l’impresa di costruzioni Btp, la catena di alberghi Una, la Immobiliare Ferrucci, «scrigno» del comparto immobiliare del gruppo. Secondo l’accusa, la banca avrebbe erogato decine di finanziamenti a società riconducibili a interessi di Fusi, Bartolomei e altri imputati su contratti preliminari basati su operazioni fittizie o su contratti farlocchi o comunque viziati da irregolarità di vario tipo. Un sistema che nel tempo avrebbe favorito una galassia di società – alcune fallite – contribuendo a svuotare il patrimonio del centenario istituto di credito fiorentino. Al crac sarebbe stato collegato pure il complesso meccanismo ideato per accedere, senza averne diritto – sulla base di una sorta di fatturazione circolare tra le varie società per prestazioni e servizi – ai contributi per l’editoria per le sue testate locali.

Oltre ai guai giudiziari sono arrivati anche quelli economici. Quarantadue milioni di euro. Questa era la prima maxi richiesta di risarcimento da parte della presidenza del Consiglio a Denis Verdini. Il conteggio risulta dai quasi 23 milioni percepiti tra 2005 e 2009 dai giornali di Verdini, rivalutati con gli interessi a 28 milioni, più un risarcimento danni pari al 50% in più di questa somma. L’Avvocatura dello Stato aveva chiesto il sequestro conservativo di 23 milioni di beni equivalenti già sotto sequestro penale. Per fortuna per lui oggi c’è stato un bel po’ di sconto: Verdini, Parisi, e altri nove sono stati condannati pure “al pagamento a favore della presidenza del Consiglio dei ministri di una provvisionale immediatamente esecutiva nella misura di euro 2.500.000,00″. La condanna è stata inflitta per i reati relativi alla truffa ai danni dello Stato per i contributi pubblici all’editoria percepiti dalla società Toscana di Edizioni srl, che pubblicava Il Giornale della Toscana. Come se non bastasse è stata disposta la confisca dei contributi erogati dalla presidenza del Consiglio alle due società editoriali riferibili a Denis Verdini negli anni 2008 e 2009. La somma complessiva supera i nove milioni di euro. Sono stati ritenuti estinti per prescrizione i reati relativi ai contributi per l’editoria percepiti negli anni 2005, 2006 e 2007. Le confische sono state disposte nei confronti di Verdini, Parisi ed altri imputati del filone editoria.

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Insomma cavoli amari, anche per la contessa Simonetta Fossombroni da Arezzo, ex annunciatrice di Teletoscana (una delle prime televisioni private in Italia) e sua moglie dal 1994. Verdini se ne innamorò e la assunse come segretaria per poi sposarla. Vivono (quando lui c’è) in una meravigliosa villa a Pian dei Giullari (Firenze) che rischia ora di essere venduta per pagare i 42 milioni voluti dallo Stato. Lei è l’unica ad avere davvero i soldi in famiglia, ed è misteriosamente rimasta sempre al suo fianco, malgrado il maritino ne abbia combinate di tutti i colori, compreso un caso di violenza sessuale ai danni di una cliente della banca, vicenda dalla quale è stato assolto nel 2002.

Non proprio un bel momento per il lupo di Firenze, visto che adesso è stato chiamato in causa dall’ex direttore dell’Asl 10, Luigi Marroni, pure nel casino Consip che coinvolge il padre di Matteo Renzi. Non c’è intrallazzo in cui non compaia il nome di Verdini e quello di Tiziano Renzi. Evidentemente entrambi legati da abilità particolari.

Si può dire che in 65 anni Verdini abbia vissuto 5 vite. Imprenditore, palazzinaro, banchiere, editore e, infine, politico. Oggi The Wolf of  Florence e i suoi fedeli lupacchiotti, sono essere arrivati al capolinea. Difficilmente la loro carriera politica potrà ancora andare avanti. Resta solo da vedere se il capobranco messo al guinzaglio, diventerà il pentito, l’infame, il rivale, per ottenere uno sconto della pena a scapito dei suoi fedeli “strattoniani”.

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