PRESENTAZIONE CAMPAGNA ELETTORALE STEFANO PARISI

Per chi desiderasse dire che Matteo Salvini non ha mai lavorato un giorno in vita sua, ma covasse ancora delle remore nel farlo, sappia che, se vuole, può sostenerlo tranquillamente e pubblicamente, senza temere ritorsioni. E non solo dirlo, pure scriverlo. Una sentenza del Tribunale di Bergamo, infatti, il 29 gennaio 2016 ha dato ragione al giornalista del Fatto Quotidiano, Davide Vecchi, che in un suo articolo aveva scritto, appunto, che Salvini non avrebbe “mai lavorato un giorno in tutta la sua vita”.

La notizia è tornata di attualità quando l’altro giorno sulla rubrica IlCaffè di Massimo Gramellini che tiene sul Corriere della Sera, il giornalista  torinese aveva per l’appunto definito Salvini un “privilegiato, uno che non ha mai lavorato un minuto in vita sua e viene pagato dai contribuenti per non combinare nulla, dato che al Parlamento europeo non si fa vedere quasi mai, forse per timidezza, e trascorre le giornate a scagliarsi contro quella stessa Europa che gli passa un generosissimo stipendio”.

Tutto vero, che non vale solo per Salvini purtroppo, ma la cosa bella è che tutto questo, è stato lucidamente legittimato da un tribunale italiano. Già nel 2014, infatti, l’amico Vecchi del Fatto scrisse sulla edizione on line del giornale, un articolo dal titolo significativo: “Matteo Salvini e le sue boutade populistiche: pura propaganda elettorale per stolti”. Con particolare riferimento al fatto che il Segretario federale della Lega (e il suo partito) non si erano dimostrati in grado di gestire imprenditorialmente neppure il loro giornale, la cui vita si sarebbe mantenuta solo grazie ai soldi pubblici. Nulla di più reale.

Si sa da tempo, infatti, che la Lega oggi è davvero al verde. I fasti bossiani degli anni Novanta sono solo un bel ricordo e certo Salvini non ha fatto nulla per mantenerli intatti. Dopo Tele Padania (chiusa nel 2014), la Padania (chiusa nel 2015) e Radio Padania (ceduta nell’ottobre 2016 a Lorenzo Suraci, creatore della galassia Rtl 102.5) in via Bellerio è rimasta solo la polvere e tanti giornalisti e impiegati sono stati licenziati. Un’emorragia economica che ha spazzato via quell’impero mediatico fortemente voluto da Umberto Bossi.

Vecchi nel suo pezzo scrisse che Salvini, come parlamentare europeo, avrebbe brillato esclusivamente per assenteismo e irrilevanza e che tutte le sue iniziative pubbliche relative al problema dei campi rom o comunque dei rifugiati in Lombardia, altro non sarebbero che fumo negli occhi da dare in pasto ai suoi elettori, per giunta dimenticandosi che tante situazioni derivavano direttamente da scelte governative degli anni passati rispetto alle quali il suo partito (se non lui personalmente) non poteva certo chiamarsi fuori.

Naturalmente anche questa volta Salvini, che è di querela facile, si è sentito offeso e non l’ha fatta passare liscia a Vecchi. Ma stavolta gli è andata male, perché il pm ha formulato un’articolata richiesta di archiviazione (alla quale Salvini si è opposto) conclusa in termini di irrilevanza penale dello scritto e il giudice Palestra del Tribunale di Bergamo ha fatto pure peggio: oltre a riconoscere a Vecchi il (buon) “diritto”, come a qualunque altro giornalista, di condurre con i suoi articoli (anche) una battaglia politica nei confronti di portatori di idee e opinioni che ritenga di non condividere o anzi francamente di contrastare, “si tratta innanzitutto di valutare quali siano gli aspetti platealmente menzogneri dell’articolo in questione: e francamente non se ne ritrovano, nella misura in cui l’accusa di assenteismo viene collegata alle specifiche affermazioni di un eurodeputato socialista francese (e comunque non trovano smentita nei report del Parlamento europeo).

Il giudice Palestra ha affrontato l’accusa di aver mandato economicamente a catafascio il giornale di partito, tenuto in vita soltanto dai contributi pubblici, e scrive nella sentenza di archiviazione che la “circostanza è sotto gli occhi di tutti”. In quanto alla storia del “non aver mai lavorato” basta osservare – scrive il giudice – che anche se nel linguaggio comune si usa dire “professionista della politica”, magari politicamente occupato anche per 15 ore al giorno, tuttavia non svolge o non ha mai svolto nessuna “attività civile” e neppure nel suo atto di opposizione all’archiviazione Matteo Salvini ha potuto dimostrare di aver fatto qualcosa al di fuori della Lega.

Palestra ha concluso dicendo che tutto il resto è valutazione politica, per quanto graffiante e fastidiosa, e il lettore del Fatto quotidiano si è già fatto un’idea di Salvini che non nasce certo dall’articolo di Vecchi. “Certo – scrive il giudice – se giudizi come quelli di Vecchi su Salvini fossero apparsi sul mensile delle suore Domenicane, parlando della reverenda madre superiora del (concorrente) ordine delle suore Orsoline, ci sarebbe stata ampia materia per il reato di diffamazione a mezzo stampa. Ma nel nostro caso, se non siamo nella vasca degli squali, certo non siamo in quella dei pesci rossi”.

Una sentenza da incorniciare. Giudice Palestra presidente dell’Ordine dei giornalisti.

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