E certo che c’è anche l’Ordine dei giornalisti italiani con la maglietta Je suis Charlie , insieme al sindacato Fnsi che sfila persino a Parigi, con il presidente dell’Odg Enzo Iacopino (che «qualche demente» – scrive lui su Facebook – soprannomina «Enzo Abdhull», per le battaglie a difesa della comunità islamica), vibrante di cordoglio e indignazione: «Quel che è accaduto a Parigi non è accettabile. È odiosa l’idea stessa che se qualcuno ironizza su te o sulla tua religione tu possa rispondere imbracciando un mitra». Fossero stati in Italia, però, iscritti all’Ordine e sottoposti dunque al giudizio disciplinare del Consiglio, i giornalisti di Charlie Hebdo , con le loro vignette feroci su Maometto e l’Islam, sarebbero stati probabilmente radiati dall’Ordine dei giornalisti, cacciati dall’Albo, espulsi per razzismo, xenofobia, islamofobia.

Per degli articoli («L’Islam ci assedia, abbiamo il dovere di difendere la nostra cultura», «L’Occidente impari dall’Egitto: con l’Islam non c’è democrazia»), molto simili a editoriali che si leggono in questi giorni, dopo la strage di Parigi, anche su organi di stampa fino a ieri attentissimi a trattare coi guanti bianchi la questione Islam per non sembrare intolleranti, Magdi Cristiano Allam è stato processato dal «Consiglio di disciplina nazionale» (già il nome è tutto un programma) dell’Ordine dei giornalisti, che è arrivato a inventare un reato, la «islamofobia», per raddrizzare i giornalisti troppo critici con l’Islam. Articoli che, confrontati alla durezza delle vignette di Charlie Hebdo , impallidiscono. Eppure dopo un ricorso del legale dell’Ucoii (Unione delle comunità islamiche d’Italia), l’Odg ha messo sotto accusa Allam, dovendo poi proscioglierlo per non cadere nel ridicolo. Cosa avrebbe fatto, allora, col vignettista Cabu, trucidato a colpi di kalashnikov, che in un fumetto disegna un Profeta «sopraffatto dagli integralisti» che dice: «È duro essere amati da dei coglioni»? Di fronte all’inevitabile denuncia di qualche associazione contro quell’offesa islamofobica, cosa avrebbe deciso l’Ordine dei giornalisti? Avrebbe detto Je suis Charlie o avrebbe processato il settimanale? E con il direttore Stephan Charbonnier, detto «Charb», anche lui massacrato, quando pubblica Maometto con una bomba innescata al posto del turbante? E con Laurent «Riss» Sourisseau, che per miracolo l’ha scampata (si è preso solo una fucilata nella spalla), che disegna in una copertina un musulmano crivellato di colpi: «Il Corano è una merda. Non ferma neppure le pallottole»? Tutti radiati? Probabile. Je ne suis pas Charlie .

 

Per il master di giornalismo dell’Università di Torino, ad inaugurare il nuovo anno, è stato invitato il procuratore capo di Torino, Armando Spataro, che ha spiegato che è «scorretto parlare di terrorismo islamico, perché l’islamismo non ha niente a che fare con la violenza». In perfetta linea con i codici deontologici adottati dall’Odg, che prescrivono l’uso di una lingua «corretta» quando si tratta di minoranze religiose e immigrati. Termine («immigrato») considerato già di per discriminatorio, così come anche «clandestino», o «extracomunitario», cui vanno preferiti, prescrive l’Ordine, vocaboli più rispettosi come «migrante irregolare», «richiedente asilo», «rifugiato», «beneficiario di protezione umanitaria», «vittima della tratta», «migrante», o nel caso «migrante irregolare». Quando l’articolo, o il servizio, tratta questi temi, come l’Islam (tasto particolarmente delicato), in maniera considerata irrispettosa, parte il procedimento disciplinare. Che può finire con la condanna. E i processi spesso partono da denunce di qualche associazione. Nel caso islamico è il fenomeno noto negli Usa come jihad by Court , la guerra santa islamica a colpi di querele. Anche questa una forma di intimidazione contro la libertà di stampa.

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