Brescia, 4 novembre 2013.

La mia settimana inizia subito con una spia rossa. Il punto esclamativo sul cruscotto indica che le pastiglie dei freni sono esaurite: è necessario sostituirle immediatamente, proclama il computer di bordo ogni volta che salgo in macchina.

Ormai ho imparato a conoscerlo, il mio computer. Sempre draconiano e perentorio, ma alla fine esagerato. Ogni volta è un piacere abbindolarlo fregandomene della sua ansia. L’olio è finito? Settimana prossima. Il tagliando è da fare urgentemente? Settimana prossima. Per ora mi è sempre andata bene, ma il punto esclamativo rosso (lo stesso del freno a mano per intenderci) questa volta pare abbia un peso specifico diverso.

Decido di ascoltarlo, e chiamo subito Angelo, il mio meccanico. Nomen omen.

“Portamela che vediamo quanto è grave. Devi fare tanti chilometri questa settimana?”

Angelo, che di solito è molto rassicurante, mi coglie impreparato. Significa che dovrei fare pochi chilometri? mi chiedo timoroso. Avrà mica ragione il computer di bordo questa volta?

Arrivo in studio con estrema calma, non si sa mai, meglio andare piano.

Il mugnaio, come al solito, è già arrivato. L’ho soprannominato mugnaio perché macina pensieri in continuazione. Se avesse un mulino farebbe fortuna. Le occhiaie profonde e il colorito spento mi confermano che il sonno non è migliorato. Avrà passato un’altra notte ad agitarsi, cedendo alla tentazione di accendere quel maledetto PC.

Qualche minuto su youporn, sperando di trovare nell’autoerotismo la soluzione all’insonnia.

Niente.

Come da copione, il mugnaio subito dopo interroga Google, moderno e generoso oracolo che risponde sempre a tutti. Anche questa previsione conferma i suoi dubbi: sono malato pensa iniziando a sudare. E giù con altre interrogazioni a cascata. Alle 5.00, finalmente, il mugnaio crolla.

“Dottore, secondo Lei sono malato?” inizia implorante. “Non ce la faccio più…”

“Cosa le rispondo di solito in questi casi?

Silenzio.

“Allora?” incalzo io.

“Lo so che non dovevo mettermi a cercare sintomi su internet, ma è più forte di me!”

“Ha funzionato?”, chiedo sorridendo.

Silenzio e sorriso del mugnaio. Non ha funzionato, come al solito. Ma è più forte di lui.

Riprendiamo i suoi appunti dal quaderno della psicoterapia. Iniziamo dalla voce rassicurazione. Nella maggior parte dei disturbi d’ansia esiste un meccanismo piuttosto comune, di una banalità impressionante, ma talmente subdolo da far cascare tutti nello stesso errore.

Lo schema più o meno è questo. Dubbio. Ricerca di rassicurazione. Sollievo temporaneo. Dubbio. Rassicurazione, ecc.

Già dal primo amore impariamo a chiedere continuamente “mi ami?”, ma quel “si” non ci convince mai del tutto, e dopo poco ecco arrivare un altro “mi ami?”. Provate a sbirciare nei cellulari dei vostri figli per curiosità.

La rassicurazione è come una droga: hai bisogno di dosi sempre maggiori per ottenere il sollievo sperato. Quando in palio c’è la paura delle malattie, detta ipocondria, le cose si complicano non poco. E questo avviene perché dietro al termine malattia si nasconde l’idea della morte, nostra o altrui.

L’ipocondriaco sente di avere una malattia inguaribile e definitiva, che interromperà precocemente progetti, amori, amicizie. Il timore di morire prima di aver raggiunto i nostri obiettivi ci porta ad essere continuamente in ansia. Iniziamo a controllare ripetutamente i rumori del nostro corpo, nel tentativo di trovare la conferma all’infausta ipotesi. E finiamo ovviamente per trovarli. Fortunatamente. Se il nostro organismo fosse silenzioso ci sarebbe da preoccuparsi.

“Questa settimana ho notato una macchiolina scura sul braccio” mi sta dicendo il mugnaio.

“E quindi è per questo che ha passato la notte davanti al PC?”.

“Non riuscivo a dormire, mentre ero a letto mi sembrava di sentirla muoversi sta maledetta macchia. Ho paura che sia un cancro della pelle”.

Tutti gli ipocondriaci, come il mugnaio, a questo punto della scena si alzano dal letto, accendono il computer, e chiedono a Google una risposta. Ma alla domanda sbagliata. Macchia-scura-braccio-tumore. Primo risultato: melanoma. Provare per credere.

Gambe molli, ognuno di noi farebbe come il mugnaio di fronte a questo verdetto: scandagliare ossessivamente la rete in cerca di conferme. Che purtroppo troviamo. Macchia-scura-melanoma, ci risponde Google in continuazione. Razionalmente sappiamo che in rete le informazioni vanno prese con le pinze, ed è questa la fregatura. Passiamo ore a ricercare dati che alla fine non ci convincono del tutto, e questo aumenta la probabilità di fare la stessa cosa il giorno seguente. Il risultato: confusione, ansia incontrollabile, tensione emotiva, depressione, e altre cose carine.

Il mugnaio ha un problema abbastanza frequente tra gli ipocondriaci: non si fida completamente di nessuno. Per questo motivo ha un continuo bisogno di rassicurarsi via internet, certo di trovare la Spiegazione Convincente, che per ora nessun Medico ha saputo dargli.

“Ma Dottore, cosa devo fare se stanotte non dormo?”.

“L’unica cosa che non ha mai provato a fare: lasciare spento il PC”.

“Ha ragione Dottore. Questa volta le darò ascolto” mente il mugnaio.

Attendo il paziente successivo. Il chirurgo stranamente oggi è in ritardo, pare sia stato trattenuto in ospedale. Arriverà fumante di rabbia che, come sempre, cercherà di scaricare nel mio studio.

Ho dieci minuti.

Accendo il PC.

Google.

Durata-pastiglie-freni-pericolo.

 

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