Brescia, 13 novembre 2013.

Piove ancora, e ovviamente anche oggi la mia connessione va a singhiozzi. Un anno fa abbiamo optato per un operatore locale, che trasmette via radio ad una parabola posta sopra il tetto di casa. Il prezzo dell’abbonamento è davvero competitivo, e la trasmissione è comunque buona.

Se non piove.

Quando devo mandare una mail importante, da casa mia, nove su dieci diluvia. La parte odiosa di tutto questo non è l’assenza della connessione, bensì il vai-e-vieni del segnale: prima ti illudi che stia andando, un attimo dopo è tutto bloccato. Poi sembra ripartire, ma ci mette una vita, e così via, fino alla mia solita (ed inutile) reazione infantile.

Parolacce.

Spengo e riavvio tutto. Mentre aspetto, inizio a camminare per la stanza cercando di scaricare la bile.

A proposito di connessione.

Ieri ho visto Michele Alto Adige. Michele è di Reggio Calabria, ma ce la mette tutta per parlare con l’accento del Nord. Dice che del suo si vergogna.

Pota, preferirei di gran lunga la cadenza altoatesina” mi ha detto il giorno del nostro primo colloquio.

“Scusi, ma perché non le piace l’accento calabrese?”.

Pota Dottore” risponde Michele in un improbabile bresciano. “Se mi fosse piaciuta la Calabria non sarei mica venuto fin qui a mangiare la vostra nebbia, non crede?”.

Cerco di spiegargli che cercare di scimmiottare il bresciano secondo me enfatizza ulteriormente la sua parlata del Sud, ma faccio un buco nell’acqua. Da allora lo chiamo Michele Alto Adige.

“Magari Dutur…” sorride lui.

Nel colloquio di ieri abbiamo affrontato il tema delle relazioni virtuali. Michele passa buona parte della giornata in rete, chattando con tutta una serie di persone, in giro per il mondo. Sono tante, forse troppe. Ultimamente non riesco più a tenere il conto.

Michele Alto Adige è uno studente universitario non troppo impegnato. E’ venuto al Nord per studiare musica, ma secondo me è una scusa. Voleva cambiare aria, ma non ho ancora capito per quale ragione. E’ single. E’ vergine, ma dice che questa cosa non lo preoccupa più di tanto.

Aveva un compito. Per la seduta di ieri mi doveva portare un piccolo tema, dal titolo Domani muore Internet: come cambia la mia vita? Siamo partiti leggendo il suo lavoro.

“E’ davvero difficile rispondere alla domanda: e se domani morisse Internet? Ho passato gli ultimi sei anni della mia vita a stringere relazioni virtuali con persone diverse e sicuramente perderei i contatti con molte di loro. Il rapporto si è mantenuto esclusivamente virtuale principalmente per la distanza fisica che intercorre tra me e loro, per lo più persone che abitano dall’altra parte del pianeta.

Se domani morisse Internet perderei i contatti con tutto ciò che ha reso la mia vita ciò che è a partire dai primi anni di liceo fino ad oggi. Risulta quindi impossibile immaginare che direzione avrebbe preso se tutto questo non fosse mai esistito. Morendo Internet morirebbero anche molte delle mie passioni, che sono nate e si sono sviluppate grazie ad esso, e sulle quali difficilmente riuscirei ad ottenere aggiornamenti con la facilità che contraddistingue la tecnologia in tempo reale.

Posso dire con assoluta certezza che trovarsi a vivere senza Internet da un giorno all’altro creerebbe in me un senso di sconforto così tale che non credo di averlo mai provato (e spero mai lo proverò). Non riesco a vedere soluzioni semplici a una sconfitta di tale portata. La morte di Internet comporterebbe uno stravolgimento totale dei miei ritmi di vita e del modo di relazionarmi con la gente.”

Un attimo di pausa.

E’ come se Michele stesse parlando della perdita della vista, o dell’udito. Ho pensato a come sarebbe la mia vita se da un momento all’altro diventassi muto, o cieco. Un conto è nascere non vedenti, un conto è perdere la vista ad un certo punto.

Penso al fatto che io e Michele abbiamo quasi vent’anni di differenza. Lui praticamente è nato con un senso in più. Non parlo semplicemente di Internet, quanto piuttosto della profonda sensazione di poter accedere con facilità al resto del mondo, grazie alla rete.

“A proposito Dottò“, dice improvvisamente Michele scordandosi per un attimo di aver ingaggiato una lotta contro le proprie radici linguistiche. “Volevo dirle che da una settimana sono ufficialmente impegnato!”

“Ha conosciuto una ragazza? Bene, sono contento, ottima notizia! E dove abita?”

“Nel Connecticut”.

“Fantastico…immagino vi vedrete spesso”.

“Ogni sera Dottò, via Skype“.

Continuo a camminare per la stanza, e ripenso al colloquio di ieri con Michele Alto Adige. Se domani morisse la rete? Boh, forse riuscire a sopravvivere. Certo, dovrei risistemare buona parte della mia vita, soprattutto quella professionale.

Ma conoscendomi, saprei prenderla con filosofia.

A questo punto il mio portatile dovrebbe essersi riavviato.

Start.

Internet Explorer.

Google.

Non sei connesso a una rete.

Nessuna connessione.

“Lo spacco questo maledetto computer, giuro.”

 

 

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