Brescia, 1 dicembre 2013.

Alla fine il virus intestinale ha beccato anche me.

Tre giorni di brividi, febbre e viaggi della speranza in bagno. E quando devi lavorare per forza e visitare pazienti dalla mattina alla sera non è il massimo.

E soprattutto se fra questi pazienti ce n’è uno che passa buona parte della propria vita mentale a rimuginare sulle malattie: il mugnaio.

La solita faccia scavata dalle poche ore di sonno e dalle tante ore passate a cercare sintomi in rete, il mugnaio questa volta non mi toglie gli occhi di dosso. Ha l’espressione di chi non vede l’ora di raccontarti cosa gli è successo di terribile durante la settimana, ma contemporaneamente sembra bloccato dalla curiosità di sapere perché oggi ho un aspetto peggiore del suo.

“Ma Dottore: per caso è malato?” gli esce in un fil di voce.

“Perché? Si vede?” chiedo scherzosamente. Certo che si vede, avrò perso almeno un tre chili.

“Cazz..ehm, cavolo se si vede”, risponde il mugnaio impallidendo. “Qualcosa di grave?”.

“Dipende dal punto di vista”. Lo so cosa sta pensando in questo momento.

“Ah…Ma Dottore si è fatto visitare?”.

“Il mio Medico ha preferito non passare da casa per paura del contagio“.

Silenzio.

A questo punto smetto di torturare il povero mugnaio e rivelo la natura del virus che, con molta probabilità, oggi avrei trasmesso a tutti i miei pazienti, compreso lui.

“Non mi parli di virus Dottore” mi risponde parzialmente sollevato. “Questa volta l’ho combinata grossa”.

Inizia a raccontarmi la storia. La festa di laurea di un suo amico. La birra a fiumi. La musica a manetta. I tentativi di approccio con alcune ragazze. Tutti andati male. Le festa che si trascina fino alle luci dell’alba. La ragazza con il cuba libre. L’alito caldo della ragazza con il cuba libre. Mi gira la testa. L’amico che gli sussurra qualcosa tipo vai tranquillo che ci sta con tutti. La ragazza con il cuba libre che appoggia il cuba libre e gli si avvicina. La casa della ragazza che prima aveva un cuba libre e adesso invece maneggia un rhum senza ghiaccio. Il primo profilattico. Il secondo profilattico. Ho finito i profilattici. Chissenefrega. Lo strano risveglio di chi si sente piuttosto disorientato. La domenica passata a sonnecchiare. Il lunedì maledetto. Oddio mi sarò beccato l’AIDS?

E da lì tutti i restanti giorni infernali: fare o non fare il test? Il tutto peggiorato dalle solite ricerche tipiche del mugnaio. Ore e ore passate tra siti e forum su HIV, AIDS, associazioni, medicina on-line, ecc.

“Ma scusi, questo succedeva quando?” chiedo incuriosito.

“A luglio”.

Non me ne aveva mai parlato. Per la vergogna, e per il timore di sentirsi dare del pirla. Aveva già fatto quattro test in cinque mesi, tutti negativi. Dopo il quarto esito negativo aveva pensato che forse effettivamente non c’era tutta questa probabilità, forse non si era beccato nulla. Iniziava a tirare un mezzo sospiro di sollievo.

“Speravo di risolvermela da solo senza doverne parlare nelle nostre sedute” mi stava confessando, decisamente paonazzo.

Ma le cose ad un certo punto sono precipitate.

“Tutta colpa di quel Babbo Natale del cacchio!”

“Come scusi?”

Il mugnaio mi racconta il resto della storia. Il centro commerciale di domenica. La sigaretta prima di entrare. Quel tizio vestito da Babbo Natale all’ingresso che gli chiede “Scusa hai da accendere?”. Babbo Natale gli restituisce l’accendino, un po’ sudaticcio a dire il vero. La sensazione di avere un sudore infetto sulla mano che ha ripreso l’accendino. La corsa nei bagni del centro commerciale a lavarsi le mani. La paura che aumenta sempre di più. Di nuovo fuori, all’ingresso, per controllare meglio quel tizio vestito da Babbo Natale. La faccia del tizio. La macchia bianca sotto l’occhio destro. La fuga dal centro commerciale. Google. Macchia+viso+HIV.

La conclusione ovvia: Babbo Natale aveva la macchia quindi era sieropositivo.

Google. HIV+mano+sudore.

La sentenza.

Babbo Natale mi ha infettato col suo sudore.

La reazione tipica in questi casi: si genera una spirale d’ansia ad intensità crescente, che spinge la persona a cercare continue rassicurazioni in rete. Il che, ovviamente, peggiora solo le cose.

Cos’era successo al mugnaio? L’episodio dei rapporti sessuali a rischio aveva acceso in lui una nuova forma di sensibilità ipocondriaca. In un terreno coperto dalla paglia è facile che possa scoppiare un incendio.

La sensazione era ben descritta da questa immagine: un uomo senza pelle, ovvero senza più protezione. In questi casi è solo questione di tempo: prima o poi capita un evento che il soggetto percepisce estremamente pericoloso. Basta un Babbo Natale con una macchia sul viso che ti restituisca un accendino sudaticcio, e il gioco è fatto.

“E il bello Dottore è che vedo Babbi Natale da tutte le parti…”.

“Stia tranquillo, tra 24 giorni è tutto finito”.

“Che simpatico oggi Dottore…sarà colpa del Suo virus intestinale?”.

Finita la seduta, accompagno alla porta il mugnaio. In sala d’aspetto è già arrivato il chirurgo.

I due si squadrano senza salutarsi.

Il chirurgo entra in studio come al solito marciando ad ampie falcate senza guardarmi.

“Che faccia sbattuta il Suo paziente precedente” mi dice mentre lo seguo. “L’unico che entra sano ed esce sano da questo posto alla fine sono solo io caro Dottore!”.

Qualcosa mi dice che stavolta ti sbagli penso sorridendo sotto i baffi.

 

 

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