Milano, 11 dicembre 2013.

Nebbia.

Dal latino nebula.

1. (meteor.) Goccioline d’acqua aventi diametro di qualche millesimo di millimetro che si formano in prossimità del suolo (…) diminuendo in misura più o meno sensibile la visibilità.

2. (Figur.) a. Di cosa che dura poco, o non ha consistenza. o non ha effetto rilevante; b. Di cosa che offusca le facoltà spirituali, che toglie fiducia e sicurezza.

Imbocco l’autostrada alla barriera di Agrate con un senso di disorientamento. No, non è per il muro di nebbia che mi aspetta da qui a casa. A Brescia, o meglio, nella Bassa ci siamo abituati alla nebbia. Per noi è un must. Il bresciano doc sorride quando qualcuno si lamenta per la scarsa visibilità. E (da quando sono nato) risponde “Eh, caro mio, una volta sì che c’era la nebbia, mica adesso”. In effetti credo di essermi quasi convinto di questa verità storico metereologica. Anche a me sembra che i nebbioni non siano più quelli di una volta.

Ricordo una sera, un lunedì di tanti anni fa. Tornavo da Brescia, altezza Maclodio (il paese della battaglia). In prima, con fuori la testa dal finestrino, le sopracciglia gelate, le quattro frecce e la tentazione di mettermi a piangere per la disperazione.

Il mio disorientamento è legato ad Emma e al suo racconto.

Da qualche settimana, dopo che il suo ragazzo l’ha lasciata, combattiamo contro la sua depressione. Fiumi di lacrime dentro e fuori la seduta. E il sudore delle sue corse, unico farmaco antidepressione. Finalmente un pochino di luce.

“Sa Dottore, ultimamente mi sento divisa a metà. Una parte di me si sta rassegnando, e cerca di soffocare l’altra parte, quella che spera ancora nel suo ritorno. Ma sento che la prima parte prenderà il sopravvento”.

“Come lo sa?”.

“Mi sembra di aver risposto al sorriso di una collega oggi” mi dice Emma sorridendo.

Questo accadeva la scorsa settimana.

Oggi nessun sorriso, ma uno sguardo gelido.

“E’ tornato”.

“E’ tornato?”.

“Si. Mi ha detto che si è pentito, che sono la donna della sua vita”.

Silenzio.

“E che da due anni va a letto con una mia collega”.

Mi aspetto il solito torrente di lacrime, ma da Emma questa volta non esce nulla. Ha gli occhi annebbiati, lontani, come se qualcosa offuscasse la sua anima. Non capisco quale delle due metà di Emma ho di fronte: quella che spera di tornare con lui? Oppure quella che getterà tutto alle ortiche?

Nei suoi occhi, in mezzo alla nebbia, mi sembra di vedere una bambina. Delusa. Mi viene in mente un’immagine straziante: mia figlia quella volta che ci è rimasta male, non ricordo nemmeno il perché. Magone.

“L’amore fa schifo” mi dice Emma.

“Ha ragione”.

Un aspetto difficile del mio lavoro è aiutare una persona come Emma, che ha investito tutto in una cosa che si è miserabilmente sgretolata, a trovare una soluzione. Ma quale soluzione? Il mio lato umano mi suggerirebbe una cosa tipo ma mandalo a quel paese. Non mi sembra un’idea geniale.

Non posso nemmeno dirle come la vedo io: una persona fragile che ha cercato di far quadrare il cerchio, entro una relazione altamente improbabile. E quando cerchi di far quadrare il cerchio, finisci per annebbiarti la vista. La mente si offusca, la lucidità sparisce.

La parte di Emma che vorrebbe rimettersi con lui si è attivata. Lo vedo dai suoi occhi. Tutta quella nebbia è necessaria, adesso più che mai. Altrimenti il cerchio non si chiude. Altrimenti il passato non si cancella.

Il passato.

Mentre torno da Milano, avvolto nella nebbia, penso al mio passato.

Ricordo l’esame di guida, fatto da privatista, con la macchina di mia madre, ma con a bordo mio padre che, mentre guidavo in direzione Motorizzazione Civile, mi guardava con la faccia tipo “Adesso ci ammazziamo”. Era una fredda mattina di novembre, strada gelata, nebbione da paura. Sale in macchina l’ingegnere, mi indica la direzione per il centro città. Che fortuna, penso.

In mezzo al caos di Via XX Settembre (arteria principale a quattro corsie) l’ingegnere mi ordina di parcheggiare la macchina sul marciapiede a destra.

“Ma è divieto, non posso” rispondo, sospettando la domanda trabocchetto.

“Guarda Bulla, non farmi perdere tempo, devo scendere per una…” BAM. Un tizio parcheggiato apre la portiera senza aspettare il mio sorpasso, il mio specchietto destro sbatte rumorosamente.

Nulla di rotto. Sguardo gelido di mio padre. E tutto a cascata. L’ingegnere che scompare per quasi un’ora. Il vigile che vuole darmi la multa. Mio padre imbestialito se la prende con tutti. Mio padre scende a caccia dell’ingegnere. Dopo un minuto tornano insieme. Fai guidare il papà, mi dice l’ingegnere. Mi boccia per quello specchietto, penso. Mio padre che finge di non saper guidare la macchina di mamma, facendola saltare e spegnere in continuazione. Le macchine dietro che suonano. Mio padre che accelera e inchioda come un pazzo. Forse è meglio che guidi tu, mi fa l’ingegnere. Io, convinto di essere bocciato, non mi allaccio le cinture, mi accendo una sigaretta e guido come se fossi in mezzo alla campagna bresciana.

“Bulla, me la offri una sigaretta?” mi fa l’ingegnere.

“Certo” rispondo io. “Quando posso rifare l’esame?”.

“Rifare? Guarda che sei promosso“.

Non credo alle mie orecchie.

“Guidi comunque meglio di tuo padre…”

Lo sguardo di papà nello specchietto.

Mi sorride e mi strizza l’occhio.

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