Venerdì 20 dicembre.

Aeroporto. Ore 22.00.

Ci sarebbero tutti gli elementi cinematografici tipici del rientro da un viaggio di lavoro prima del Natale. L’aereo in ritardo per la neve, i passeggeri sonnecchianti con le borse piene di regali, l’atmosfera calda, i vetri appannati perché fuori fa freddo, la voglia di rivedere la tua famiglia, stanco ma spumeggiante per l’arrivo delle Feste che passerai a casa.

La vita non è come al cinema, per fortuna e purtroppo: l’aereo è in ritardo di un’ora ma non per la neve, visto che parto da Lamezia Terme. L’atmosfera al gate è bollente, siamo in tanti e fa davvero molto caldo. E io sono a pezzi.

Sono partito ieri da Bergamo già con la febbre. Il volo di andata è stato memorabile. Non faccio i salti di gioia, ma se devo prendere un aereo ho le mie strategie per tenere a bada la paura di finire sfracellato. Ieri non mi sono servite perchè ho passato il tempo a tremare come una foglia, seduto in mezzo a due persone che mi avranno maledetto in tutte le lingue. Il ragazzo lato finestrino secondo me respirava ogni minuto, cercando di inalare il meno possibile l’aria infetta che io sprigionavo. Se al suo posto ci fosse stato il mugnaio, ho pensato sorridendo, avrebbe di certo creduto di essersi beccato la tubercolosi. Il ragazzo alla mia destra, invece, era tutto sbilanciato verso il corridoio. Si raddrizzava solo quando passava il carrello delle hostess per non essere investito, per pochi secondi e in apnea ovviamente.

Colpo di tosse, entrambi i miei angeli custodi sobbalzano improvvisamente. Che sfiga, diceva lo sguardo dell’angelo lato corridoio.

Il resto dell’incubo. Notte in hotel con riscaldamento difettoso, febbre sempre più alta, giornata di lavoro infinita, energia zero, e soprattutto tanto freddo. Ed eccomi di nuovo in aeroporto, dopo 24 ore, l’espressione dello zombie. E tanti pensieri. Alla mia famiglia, ai miei bimbi, alla mia casa, al Natale che mi aspetta.

Già, il Natale.

La Festa più bella e più odiosa del mondo. Dipende da come stai. Secondo me il Natale è un po’ un volano da un punto di vista emotivo: se stai bene il periodo natalizio amplifica la tua gioia e la tua voglia di goderti parenti e amici.

Ma quando non stai bene, il Natale è uno schifo. Il diabolico volano intensifica il tuo malessere, e passi le giornate sperando che il 7 gennaio arrivi alla svelta. E ovviamente succede il contrario: il tempo non passa più, le giornate si allungano inesorabilmente, tutto il contrario per chi vive questo periodo felicemente, laddove invece il tempo vola, e in un attimo ci si accorge che le vacanze sono già finite.

Evviva, il mio aereo ha un ritardo di due ore.

Penso ai miei pazienti e al loro Natale. Molti di loro temono l’avvicinarsi del volano. La sensazione raccontata da molti è quella della scadenza: finisce l’anno, si tirano le somme. Come va l’amore? E le relazioni in generale? Il mio futuro lavorativo? La salute? Il saldo per molte persone è negativo, e lo sconforto aumenta in questo periodo perché c’è la felicità ostentata dagli altri a far da sfondo.

Gli altri sono felici, io no. Ecco perché il periodo natalizio diviene una vera e propria tortura per alcuni.

Io in questi casi suggerisco ai miei pazienti di ragionare proprio in termini bancari: se il saldo (psicologico) di fine anno è negativo è inutile disperarsi, perché così facendo si rischia di peggiorare la situazione. Rimanendo in metafora: mi accorgo di essere in rosso sul conto, questo mi fa arrabbiare, decido di mandare il mondo a quel paese, esco e inizio ad usare in modo incontrollato la carta di credito, come a dire “tanto peggio di così…”.

Chi ha un saldo psicologico di fine anno in rosso non deve piangersi addosso, perché rischia di amplificare il proprio debito. E in questo caso l’impegno non è con la banca, ma con se stessi.

Torniamo alla metafora: conto in rosso? Meglio sedersi e controllare le spese fatte negli ultimi mesi, cercando di capire come poter risparmiare, dove tagliare, ecc. Psicologicamente parlando è la stessa cosa: se il saldo è negativo significa che da qualche parte stiamo sbagliando. Meglio capire dove, e iniziare a sistemare le cose. Certo, è un’operazione dolorosa, perché comporta un riadattamento. E sappiamo bene che più o meno tutti siamo restii a cambiare. Allo stesso modo, controllare le proprie spese (economiche) e fare dei tagli per risparmiare è altrettanto drammatico.

Il messaggio che cerco di trasmettere è che il cambiamento è sempre possibile. Percepirsi in modo flessibile, e non statico, aiuta a mettere in moto i neuroni e a cercare nuove soluzioni. Che ci sono sempre.

L’aereo è arrivato. Ci fanno uscire subito, per non perdere tempo. Una volta arrivati ai piedi della scaletta scopriamo che i passeggeri in arrivo devono ancora scendere. Per cui rimaniamo fermi in mezzo alla pista per venti minuti. Interminabili. Sto congelando, la febbre mi fa battere i denti.

Qualcosa mi dice che il Natale non sarà esattamente come l’avevo previsto. Probabilmente lo passerò a letto con una delle peggiori influenze mai fatte. Niente gite in montagna, niente cene con gli amici, niente corsa.

Stringo i denti, percorro quasi barcollando tutti i gradini della scaletta.

Una hostess tutta sorridente, di tratto nordeuropeo, appena mi vede cambia espressione.

“Oh…you are cold!”

Devo proprio essere messo male.

 

 

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