Col Margherita, 2513 m sul livello del mare. Sabato 25 gennaio.

Io e mia moglie non potevamo scegliere giornata migliore, l’unica veramente soleggiata di tutto gennaio 2014. E’ la prima volta che sciamo quest’anno. Come spesso succede per mancanza di tempo, ce la giochiamo in giornata: siamo arrivati tardi, verso le 11, e non toglieremo gli sci prima delle quattro. Full immersion quindi.

Ovviamente dopo due ore le gambe (e la fame) iniziano a farsi sentire. Abbiamo già fatto tutto il Passo San Pellegrino, Cima Uomo compresa. Una volta saliti sul Col Margherita con la funivia non ci resta che arrivare a Falcade, dove abbiamo in programma di mangiare.

E’ la seconda volta che sciamo su questo comprensorio. Non ricordo benissimo la disposizione delle piste, e infatti dalla funivia sbaglio e prendo tutto a sinistra. Solo dopo qualche centinaio di metri mi accorgo di aver imboccato La Volata, la variante impegnativa della pista Col Margherita che in pochi minuti ti riporta al punto di partenza.

A parte il colpo di grazia ai quadricipiti, dobbiamo riprendere l’impianto e risalire.

Ogni volta che salgo su una funivia penso sempre all’incidente del Cermis. Era il 3 febbraio 1998. Un aereo guidato dai marines tranciò i cavi dell’impianto su cui viaggiavano 19 passeggeri più il manovratore, tutti morti. Il velivolo non poteva scendere al di sotto dei 1000 piedi. L’impianto si trovava a 300 piedi. E’ la seconda strage che interessa la funivia di Cavalese, dopo quella del 1976.

Tutto questo non mi impedisce di risalire per andare a sciare: ogni volta sento un piccolo brivido, ma lo sopporto, un po’ come faccio prima di prendere un aereo.

Penso con ammirazione a questi impianti e soprattutto alle persone che li hanno costruiti. Ruote, ingranaggi giganti, cavi incredibilmente lunghi. La prima funivia costruita per il trasporto di persone risale al 1907, sul Monte Ulia a San Sebastian, nei Paesi Baschi. Non ne ho viste molte, ma tra tutte quella che mi impressiona maggiormente è quella che sale al Sass Pordoi, perché mi chiedo sempre la stessa cosa: ma come diavolo hanno fatto a costruirla?

Siamo risaliti, abbiamo sciato fin quasi a Falcade, e finalmente ci siamo rifocillati in un rifugio (beh, io forse qualcosa in più del semplice rifocillarsi…). Stanchezza e mal di gambe ci hanno convinti definitivamente a tornare verso il Passo San Pellegrino.

La seggiovia coperta del Lago Cavia, che collega direttamente alla funivia Col Margherita, ha iniziato improvvisamente ad oscillare: un vento gelido e teso, di quelli che non si limitano a soffiare, il cui lamento copre tutti gli altri suoni. E lì ho scoperto a cosa servono i megafoni montati sui piloni della seggiovia.

“ATTENZIONE! Causa forte vento…la protezione fino…”

Guardo mia moglie.

“Non ho capito nemmeno io cosa hanno detto”.

La cosa inizia a non piacermi.

“ATTENZIONE! Causa forte vento tenere chiusa la protezione fino alla stazione!”.

Da lontano si vede un nuvolone di neve sollevata dal vento racchiudere la stazione del Col Margherita. Per scendere fino al Passo dovremmo fare nuovamente La Volata, ma le condizioni metereologiche e le gambe doloranti ci portano a scegliere la comoda discesa in funivia.

Siamo in tre più il manovratore.

Mentre la cabina si stacca dal Col per iniziare la discesa, iniziano a venirmi i dubbi.

Possibile che gli altri sciatori abbiano preferito La Volata nonostante il vento?

Non è che tutta questa aria potrebbe essere pericolosa per la discesa in funivia?

Penso già ai titoli dei giornali. Nuova tragedia in Trentino. Mi sento un idiota. Uno come me non dovrebbe averli certi pensieri, no? Dai, prova a respirare, concentrati sul viso placido e un po’ tediato del macchinista. Se ci fosse qualche problema non avrebbe certo quell’espressione da ebete, giusto?

Un continuo botta e risposta interiore. Mi sembrava di essere un paziente ansioso intrappolato dentro il corpo di uno psicologo. Ma anche viceversa.

Siamo a metà percorso, sospesi sul baratro. Il vento aumenta, la cabina inizia a oscillare. Guardo il manovratore. Non avevo mai notato il telefono appeso tra i comandi della funivia. Servirà a chiamare in caso di emergenza, dice il paziente intrappolato al mio interno.

Folata di vento.

Suona un piccolo allarme sulla plancia di comando.

Guardo mia moglie, che capisce al volo. Io non ci vedo molto e non riesco a leggere quella piccola scritta sopra l’allarme, lei si.

“C’è scritto Vento”.

Interessante.

Avrei fatto meglio a scendere per La Volata.

Il manovratore perde l’espressione sognante, si gira verso la plancia. Adesso ha lo sguardo di chi sa cosa fare. E infatti rallenta. Il paziente interiore non si sta divertendo molto. Mi manda pensieri tipo “Non rivedrai mai più i tuoi figli”, oppure “Che diavolo ti è venuto in mente di venire a sciare proprio oggi che succederà una tragedia” e altre cose carine.

Guardo in basso. Verso destra si vedono piccoli sciatori alle prese con l’ultimo muro de La Volata. Uno sembra fissare nella nostra direzione. Forse ha un po’ paura di quel muro, e magari si sta dicendo Accidenti a me, avrei fatto meglio a prendere la funivia per scendere.

No caro, penso, sono IO che vorrei essere al tuo posto adesso, e quel muro lo farei anche scendendo col sedere fino al parcheggio piuttosto che penzolare come una mutanda al vento.

“Tutto bene?” mi chiede mia moglie.

“Si certo, perché?” risponde il corpo che contiene il paziente interiore.

“Non avrai mica paura vero?”.

“Io? Stai scherzando? Ma figurati!”.

Mi sento Papà Pig.

La mutanda penzolante continua ad oscillare.

Voglio scendere!

 

 

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