Sono irrecuperabile.

Anche quest’anno non ho potuto fare a meno di vedere il Festival. Non senza pentimenti, turbamenti, ripensamenti e tanti altri enti. Una sorta di reazione fotocopia carnevalesca: ogni anno mi metto davanti al televisore, e ogni anno mi arrabbio come una bestia per la troppa pubblicità, i tempi esagerati, le battute scontate, alcune canzoni davvero inascoltabili.

Ma perché allora farsi del male in continuazione?

Ci sono due cose che mi spingono ogni anno a sopportare le battute dei vari Fazio, Bonolis ecc.

La prima è forse quella più scontata: la musica, quella suonata dai musicisti del Festival. Avete presente quei personaggi dietro ai cantanti, con tutti quegli strumenti strani? Quelli che l’altra sera, durante l’esibizione di Claudio Baglioni, hanno indossato i caschi bianchi. Professionisti che hanno dedicato la loro vita alla musica, quella vera, quella fatta di arrangiamenti a volte impensabili, arrotolati attorno a canzonette che altrimenti sarebbero opache, senza spessore, scontate.

Una volta Riccardo Maffoni, un cantante di Orzinuovi (stesso paese natale di Cesare Prandelli), che ha vinto il Festival 2006 nella categoria Giovani, mi ha raccontato la sensazione che provi quando suoni sul palco dell’Ariston:

“La prima volta rimani scioccato: dietro di te senti ad un certo punto un’esplosione di suoni, che ti accompagna per tutto il brano, e che letteralmente ti sostiene, è una cosa pazzesca”.

Ho avuto la fortuna di conoscere Riccardo durante un convegno rivolto ai giovani di alcune scuole superiori bresciane: inizialmente schivo, ma un ragazzo di un’umanità immensa, un giovane Springsteen di provincia, capace di trasmettere con le sue canzoni tratti poetici e luci emotive sorprendenti. Il suo Storie di chi vince a metà lo conosco a memoria, un disco instancabile.

Ebbene,  appassionato di chitarra quando guardo il Festival di Sanremo il mio occhio cade in continuazione sulla performance di uno dei migliori chitarristi italiani, Luca Colombo. Che di solito, insieme ad altri due chitarristi, è sempre lì in prima fila. Oppure mi diverto a vedere il grande batterista Maurizio Dei Lazzaretti, decennale ospite dell’orchestra sanremese. Tutti professionisti con una preparazione tecnica impressionante: quando li guardi suonare capisci che sono perfettamente a loro agio con qualsiasi pezzo del Festival.

Quest’anno non condivido le scelte della regia: poche inquadrature sui musicisti (già nascosti in quelle gabbie della terribile scenografia, che Baglioni ha chiamato cantiere), utili secondo me per sottolineare certi passaggi chiave delle canzoni sanremesi. Perché indugiare con la telecamera sull’acconciatura di Noemi, o sui bracciali di Renga? Vogliamo vedere l’oboe, il clarinetto, il violoncello.

La seconda cosa che mi tiene incollato ogni anno di fronte al televisore è la nostalgia. La stessa di cui parla Aldo Grasso nel suo articolo apparso oggi sul Corriere. Si, in parte sono d’accordo: gli ascolti cadono se guardi troppo al passato, e i giovani non lo guardano.

Ma.

Ma il Festival di Sanremo è anche il nostro passato. E la nostalgia, quella sana, è quella che ti mantiene con i piedi per terra, che ti ricorda chi sei proprio perché sei stato qualcuno e sei stato con qualcuno.

Il Festival lo si guardava la sera, con mamma e papà, che ti lasciavano andare a letto un po’ più tardi. Era il sabato sera in cui non uscivi a passeggio, te ne stavi al caldo, davanti alla tv, ascoltando gli stessi commenti che oggi sento uscire dalla mia bocca.

“Ma guarda com’è conciato quello lì”.

“Infatti…”

“Beh, con questa canzone poi, arriverà ultimo, e non se lo cagherà più nessuno”.

“Sono d’accordo, con quella faccia da pesce ubriaco.”

“Come hai detto che si chiama?”

“Qualcosa Rossi. Mi sembra Marco, ma go mia capit ben“.

 

 

 

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