Milano, mercoledì 26 marzo.

Il bello del mio lavoro è che spesso senti storie che ti lasciano a bocca aperta. A volte per la loro drammaticità. A volte per la loro comicità.

L’aspetto divertente è che spesso queste storie non te le raccontano i pazienti, ma le vivi in tempo reale, in mezzo alle persone normali, quelle che magari (dicono) dallo Psicologo non ci andranno mai per nessuno motivo. Sono quasi sempre storie di ansia, che mi capita di catturare qua e là, in un bar (dove mi trovo in questo momento), sulla metro, in strada.

Di ansia perchè riguardano reazioni eccessive che le persone hanno di fronte ad eventi non così minacciosi, che non giustificherebbero tutto quel trambusto.

Cos’è l’ansia, tanto per iniziare?

L’ansia è un’emozione, come la tristezza o la rabbia. E’ parente stretta della paura, un’altra emozione piuttosto famosa tra gli esseri umani. Io le chiamo le cugine, perchè secondo me il legame tra ansia e paura è davvero molto sottile.

Cosa hanno in comune? L’ansia e la paura determinano reazioni fisiologiche simili: sudorazione, tachicardia, iperventilazione, ecc.

In cosa differiscono? Nell’oggetto della minaccia: l’ansia è la reazione ad un pericolo percepito, mentre la paura ad un pericolo reale. Facciamo un paio di esempi.

State camminando e improvvisamente un motorino lanciato a tutta velocità rischia di venirvi addosso. Fortunatamente riuscite a scansarvi. Dopo le parolacce di rito, vi accorgete che il cuore sta battendo all’impazzata, e avete il fiatone. Cos’è questa emozione? La paura, perchè il motorino ha rappresentato un pericolo reale per la vostra incolumità.

Altro esempio. In autostrada, state entrando in un autogrill. Di solito evitereste di toccare con la mano la porta di ingresso, preferendo il gomito. Ma proprio in questo momento sta uscendo una persona anziana, e ovviamente cercate di favorirla tenendole la porta aperta con la mano. Immediatamente iniziate a sentirvi agitati, accalorati, tesi per quella mano “contaminata”. Il pensiero dominante è devo andare subito a lavarmela. In questo caso parliamo di ansia, in quanto la mano non si è contaminata con qualcosa di mortale, è solo sporca. Per cui il pericolo è percepito.

Dicevo, mi trovo nel bar sotto al mio studio, sto mangiando un piatto di pasta. Nel tavolo a fianco sono seduti due uomini sulla cinquantina. Uno calvo, capelli neri, piuttosto grassoccio. L’altro un biondino smilzo, con gli occhiali.

La cameriera ha portato i loro panini. Lo smilzo con un gesto automatico, senza smettere di conversare, sta per aprire il suo panino, forse per controllare che tutto sia a posto, quando improvvisamente il grassoccio si irrigidisce, diventa paonazzo e alza la voce.

“Cosa fai?” chiede il grassoccio allarmato.

“Cosa faccio in che senso?” risponde il biondino smilzo.

“Non vorrai mica aprire il panino vero?”

“Si perchè?” risponde lo smilzo. “Volevo vedere il colore della cotoletta“.

“Ma cosa te ne frega del colore della cotoletta. I panini non si aprono, si mangiano e basta”.

“Ma ti sei rincretinito?” fa lo smilzo, non sapendo se ridere o se arrabbiarsi.

“Non aprirlo, dai, per favore, mangialo e basta!”. Il grassoccio ha la fronte sudata, ed è diventato rosso come un peperone.

“Ma sei normale? Il panino è mio, e ci faccio quello che mi pare, guarda!” dice l’altro spalancando il pane con un sorriso beffardo.

Riesco a vedere chiaramente la pallida cotoletta sporca di maionese.

“Vai a quel paese!” urla alzandosi il grassoccio, e se ne va. Senza pagare, tra l’altro.

Il fermo immagine di quei secondi: io che faccio finta di niente e continuo a mangiare la mia pasta, lo smilzo seduto alla mia destra, bocca e  panino spalancati, la cameriera paralizzata in mezzo al bar con un vassoio.

E una cotoletta fredda.

Ma perchè il grassoccio è andato via?

 

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