Che domande, ovviamente no.

E questa è una risposta che mi sento spesso dare dai miei pazienti quando chiedo loro circa l’esistenza dell’Amicizia. E ultimamente sono d’accordo con loro.

Il mio lavoro ha un aspetto meraviglioso: ogni giorno mi confronto con tante persone, tutte diverse, sui grandi temi filosofici. Certo, ognuno di loro porta la propria sofferenza, un insieme di sintomi più o meno gravi, ma alla fine arriviamo sempre lì, dentro i grandi interrogativi attorno ai quali ruota il pensiero filosofico degli ultimi tremila anni. E i grandi interrogativi si riconoscono dalla lettera maiuscola che li precede.

Esiste l’Amore?

Esiste la Felicità?

Esiste Dio?

Esiste l’Amicizia?

A mio avviso la confusione è data dal termine esistenza, più che dall’oggetto dell’esistere in sé. Esistere significa esserci in modo concreto, far parte fenomenologicamente del mondo oggettivo, palpabile, verificabile. In questa prospettiva, l’Amicizia (con la A maiuscola) oggettiva non esiste. Piuttosto, esiste l’amicizia soggettiva, quella con la a minuscola.

Siete sognatori e preferite la A maiuscola? 

Bene.

Possiamo allora parlare di Ideale di Amicizia, di concetto puro ed essenziale, non verificabile, non oggettivo. Ognuno di noi segue Ideali come quello dell’Amicizia con la A maiuscola. Applichiamo questi Ideali alle nostre relazioni quotidiane, che spesso sono piuttosto lontane da tali modelli irraggiungibili. E quindi soffriamo, ogni volta che ci accorgiamo che il legame con Tizio o Caio era un’amicizia con la lettera iniziale minuscola. Tutti i nostri sforzi, a volte sinceri, spesso finti, di incastrare la tal relazione entro un Ideale di Amicizia, crollano rovinosamente.

E giù lacrime. E via all’amarezza, alle rimuginazioni, ai sensi di colpa.

Se non esistesse l’Ideale di Amicizia (quella vera, quella infinita, quella disinteressata, e altre stronzate simili) vivremmo di certo più sereni.

Ma purtroppo questo Ideale esiste.

Qualcuno ha inserito dentro il nostro Io questi Ideali. Chi è costui?

Qualche giorno fa, mentre accompagnavo i miei bimbi all’asilo nido, è successo un episodio che mi ha fatto riflettere. Due bambini stavano bisticciando per la stessa macchinina. A due anni bisticciare significa prendere il gioco che ha in mano il tuo compagno e tirarlo urlando “E’ mio!”. Non molto diverso da quello che succede al lavoro ogni giorno, vero?

Torniamo al nido. Ebbene, improvvisamente uno dei due litiganti spinge l’altro, che cade e si mette a piangere. La maestra arriva e si rivolge al bimbo manesco: “Eh no! Non si spingono gli amici! Chiedi scusa.”

Non si spingono gli amici?

A due anni la società inizia a martellarci con l’Ideale di Amicizia: non si spingono gli amici, devi voler bene all’amichetto, andiamo al parco che ci sono i tuoi amici. L’amicizia acquista la propria A maiuscola in modo automatico, condiviso, e si inserisce nel linguaggio quotidiano dei nostri bambini, che crescono con l’idea che l’Amicizia esista di default.

Cresciamo utilizzando il termine amico per identificare tutte le persone che conosciamo, tranne i nemici e quelli con cui vorremmo far sesso.

Il problema? La nostra autostima (e quindi il nostro benessere emotivo) si fonda anche sulla percezione relativa al nostro ruolo sociale. Avere tanti Amici significa essere ben inseriti e accettati dal gruppo sociale.

Meno male che qualcuno ha inventato i social: ci volevano.

 

 

 

Tag: , , , , ,