Un po’ di egoismo, e forse la saturazione che mi attanaglia alla fine di una giornata in cui tipicamente mi occupo del malessere delle altre persone, mi portano spesso ad evitare i telegiornali serali. Preferisco cenare ascoltando un po’ di musica se i bimbi sono già a letto.

Ma le cattive notizie arrivano sempre: ci pensano i miei pazienti, ogni giorno, uno più pettegolo dell’altro:

“Dottore, ha sentito cosa è successo a Firenze?”

“No”.

“Ma Dottore, Lei vive fuori dal mondo. Aspetti che le racconto…”.

Il pugno allo stomaco si fa sentire immediatamente: due persone morte a causa di un ramo di dieci quintali, staccatosi improvvisamente (improvvisamente?) da un albero, un bagolare ottantenne piantato nel Parco delle Cascine a Firenze. Il bagolare era stato controllato approfonditamente (approfonditamente?) nel 2010.

“Pensi Dottore che questo tipo di verifica ha una durata di 5 anni. Che sfortuna vero?” mi dice di sottecchi il paziente, felice di provocare il mio stupore. Mi sento di annotare nel mio quadernetto mentale questo aspetto sadico: mi servirà più avanti nella sua terapia.

Il ramo killer, come è stato ribattezzato ingiustamente dai media, ha inconsapevolmente ucciso due donne. La prima, Donatella Mugnaini, di 51 anni. La seconda, una donnina di soli due anni, nel suo passeggino, a spasso con la zia per il parco. Si chiamava Alice.

Sono sconvolto.

Continuare a lavorare con il paziente, e con quelli dopo in agenda, è stato difficile. Il brutto del mio lavoro è lo sforzo che devi fare per nascondere i tuoi pensieri e le tue emozioni, e dedicarti il più possibile a chi sta male ed è seduto di fronte a te.

Ma perchè morire così?

Quando una notizia la senti dentro, il turbamento non se ne va per giorni. E continui, inutilmente, a domandarti il perchè. In questi momenti la Fede vacilla, e la rabbia piano piano si scava uno spazio dentro la tua testa.

Perchè?

Poi, un bel giorno, arriva un paziente nuovo. Si chiama Giosuè, e di profetico non ha solo il nome. E’ raggiante, energico, dinamico, simpatico, luminoso. Ma non lo sa. E’ tutto concentrato sulle sue ansie, e quindi non riesce ad apprezzare l’energia positiva che lancia addosso a chi gli sta intorno.

Giosuè ha avuto una vita difficile, tutta in salita.

“Ci mancava solo l’ansia, Dottore”, mi dice con un sorriso abbagliante, un po’ geniale. Giosuè ha una bimba dell’età della mia. L’ultima volta, verso la fine del colloquio, prima dei saluti si alza e mi mostra lo smartphone. Penso voglia farmi vedere altre foto della figlia. E invece no.

Sullo schermo metto a fuoco l’immagine di un gruppo di persone, in camice, attorno ad un letto. Stanno tutti sorridendo, talmente felici che sembra una fotografia finta. Tra loro, al centro, spunta una creatura.

E’ una bimba di circa due anni, sta giocando nel letto d’ospedale, indifferente alla gioia collettiva.

Primo piano della foto: un contenitore.

Contiene il cuore di Alice. E’ appena arrivato da Firenze, e sta per sostituire quello malato di Anita, la piccola sul letto d’ospedale.

Due anni e un nome a 5 lettere, che inizia per A.

Le due bambine non hanno solo questo in comune: c’è anche un piccolo cuore, stessi battiti decisi e desiderosi di vivere, interrotti solo per poche ore, giusto il tempo di volare fino a Bergamo.

Giosuè scorre le altre foto sul cellulare, mandate dal papà di Anita, che mostrano la bimba dopo l’intervento: cavalca orgogliosa il suo triciclo lungo la corsia d’ospedale, nonostante il groviglio di tubi che le escono dappertutto.

E scorrono le mie lacrime, davanti ad un Giosuè sorridente, che non si scompone di fronte alla mia reazione, il tentativo goffo di trattenere il pianto di fronte ad un paziente che vedo da quindici giorni.

Lacrime agrodolci.

Come questa vita fatta di contraddizioni e di tanti perchè, a cui spesso non riesci a dare una risposta.

Anita e Alice: il dolore e la gioia, la domanda e la risposta.

E un solo cuore.

 

 

 

 

 

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