Quanto è difficile ricominciare?

Una domanda dalle mille risposte, riassunte probabilmente in un’unica plausibile: dipende.

Dipende da cosa ricominci: un libro, un film lasciato a metà, un lavoro messo da parte, una relazione che pensavi terminata. Ricominciare porta con sé un accento agrodolce, fatto di stimoli positivi ma anche faticosamente negativi.

Iniziare nuovamente un qualcosa comporta un dispendio psicologico direttamente proporzionale alla durata della pausa: più passa il tempo più è fastidioso riprendere da dove avevamo lasciato. Esiste una sorta di finestra temporale di sicurezza, entro la quale la probabilità di ricominciare la tal cosa abbandonata è ancora elevata. Poi passano i giorni, e la motivazione fa a pugni con la frustrazione.

Ricordo le settimane passate a guardare di traverso il Così parlò Zarathustra appoggiato sul comodino in camera da letto: ero riuscito a leggerne senza vomitare una trentina di pagine, per poi passare ad altro. Ma, fino ad allora, non mi era mai capitato di non finire un libro iniziato. A costo di lacrimare sangue, la mia rigidità giovanile imponeva sempre di arrivare alla conclusione. Ogni libro terminato veniva poi riposto nella libreria, che negli anni cresceva di pari passo alla mia autostima. Sono riuscito a terminare, attraversando fatiche e sudori inenarrabili, una Storia della Russia da 2000 pagine, scavalcando di forza il pentimento sopraggiunto al secondo capitolo, dedicato al neolitico ed alla Teoria Kurganica.

Idiozie adolescenziali.

Il Così parlò Zarathustra è stata la mia prima sconfitta (o se vogliamo leggerla in termini psicologi, la vittoria della salute mentale sulla psicopatologia adolescenziale). Da lì, chissà perchè, ho iniziato a sentirmi sempre un po’ meno in colpa, fino a provare (addirittura) un certo senso di felicità sadica il giorno in cui ho abbandonato l’Ulisse di James Joyce, che tutt’ora rappresenta per me un mistero letterario.

Quest’anno ho avuto la fortuna di poter fare ben 17 giorni di vacanza estiva, seppur non in modo continuativo. Normalmente il rientro per me è positivo e stimolante: ho voglia di ricominciare a lavorare. Ma questo desiderio è comunque legato, almeno per me, al fatto che del tutto io non stacco mai.

Nel periodo estivo, oltre a sentire alcuni miei pazienti, mantengo una sorta di filo conduttore. La mia vacanza ideale è collegata alla possibilità di avere degli spazi di riflessione e di progettazione lavorativa, cosa che durante l’anno non riesco mai a fare. Trovo la pianificazione estiva un momento piuttosto rilassante e positivo.

Quest’anno, però, è successo qualcosa. Il mio portatile è praticamente rimasto sempre spento, ed anche il mio cervello lavorativo.

Forse sto superando l’ennesima fase (tardo)adolescenziale: nessun senso di colpa, nessuna sensazione di aver lasciato il sentiero tracciato nei mesi precedenti.

Questa volta però, per un motivo che devo ancora comprendere del tutto, ho quasi la sensazione di non aver fatto pausa. Tutto (a parte il mio peso) è come prima: il traffico, la tensione palpabile della gente, la preoccupazione collettiva.

L’impressione è quella di essere a credito. Nessun tempo rubato al lavoro, nessuna sensazione di aver bruciato minuti preziosi che, in altri anni, avrei dedicato alla pianificazione.

Su Twitter, in queste ore, gira l’immagine di un testo, con scritta questa frase; “Se ti dessero un libro con su scritta la storia della tua vita, leggeresti il finale?”.

Credo finirebbe in libreria, di fianco a Joyce, reparto libri non letti.

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