Chi come me ha studiato e lavora a Milano conosce bene il fenomeno “accattonaggio”.

Quando penso al verbo elemosinare ricordo un episodio accaduto sulla Linea Gialla tanti anni fa. Come al solito, il mio pullman da Crema mi aveva scaricato al capolinea di San Donato. Venti minuti fino a Duomo, poi Linea Rossa direzione Molino Dorino, fermata Amendola Fiera. Trecento metri a piedi fino al PIME, sede di Psicologia. Tenendo presente che il pullman da Crema arrivava a San Donato in un’ora comoda (la paullese…) e che io partivo dal paesello per raggiungere Crema in macchina un’ora prima, arrivare in Università per me era davvero il viaggio della speranza. Aggiungeteci la nebbia, gli incidenti, i lavori e quelli che decidevano di suicidarsi in metro. 

Ma quelle sei ore al giorno di viaggio erano lungi dal pesarmi, in quanto mi permettevano di portarmi avanti sensibilmente con lo studio. Quando sei uno studente impari a memorizzare in situazioni pazzesche, anche nella metro affollata delle 18. Riuscivo addirittura a rimanere concentrato e a ripetere la lezione a mente anche durante i cambi di Linea. Beh, forse camminavo più lentamente degli altri, col mio zaino ed il libro in mano. Ma non potevo perdere tempo: parola d’ordine entrare velocemente nel mondo del lavoro.

C’era solo una cosa che poteva risvegliarmi dal mio autismo accademico: l’accattone che mi bloccava in mezzo al corridoio della fermata Duomo.

“Ciao amico”

“Ciao” rispondevo, mentre lui iniziava a seguirmi.

“Ho fame”

“Anche io” rispondeva il mio lato Steve Jobs. E acceleravo il passo cercando di riprendere il filo: dov’ero rimasto? Ah si, al Disturbo Narcisistico di Personalità. Era un modo efficace per non pensare al senso di colpa: devo riprendere lo studio.

Oppure mi giustificavo dicendomi che quello era pazzo: chiedere soldi a uno squattrinato come me. Cosa voleva da uno studente? Non sapeva che avevo esattamente 5000 lire in tasca sufficienti per quel (maledetto) panino speck e brie e una mezza naturale? E poi gli amici di Milano mi davano il colpo di grazia:

“Si vede che vieni dalla provincia, non sei abituato. Quelli sono una banda, sono dappertutto, e se gli dai ascolto non è più finita. Inoltre non è giusto alimentare questo fenomeno.

Ogni volta che vedo una persona che chiede l’elemosina mi pongo sempre una domanda: ma soffre davvero? Solitamente non trovo la risposta, e tiro dritto. Da quando ho figli sono molto incuriosito da quelle mamme sulla strada con i bimbi piccoli. Il mio Io stronzo inizia a produrre dubbi: magari non è suo figlio, se le do qualcosa è peggio perchè alimento il fenomeno, ecc. Poi ho visto lei: una bimba in braccio ad una zingara in Via Palmanova, con due occhioni neri grandi e le codette. Ho mandato a quel paese il mio Io, e ho dato dei soldi, felice di farlo.

La settimana dopo non c’erano più: delusione, avevo già pronto l’euro e alcune caramelle.

L’accattonaggio è un lavoro storico, c’è sempre stato e sempre ci sarà.

La storia bresciana ha visto un nobile, Clemente di Rosa, laico ma “anzitutto cattolico“, appartenente a quei personaggi che il popolino chiamava i santoni, per via del loro impegno sociale, politico ed ecclesiale.

Il Di Rosa nel 1819 presentava alla Congregazione Provinciale un suo personale lavoro sul fenomeno accattonaggio, che all’epoca raggiunse livelli importanti a causa delle intense carestie. Egli divise gli accattoni in tre categorie: involontari,  vergognosi e volontari.

Agli involontari, ovvero malati o anziani, si sarebbe dovuto provvedere attraverso l’aiuto delle Istituzioni.

Ai vergognosi, ovvero a coloro (sani) caduti in disgrazia per eventi comunque indipendenti dalla loro volontà (calamità, ecc.) si sarebbe dovuto dare una mano a reinserirsi nella società e nel mondo del lavoro.

Ai volontari, ovvero a quelli che per poltroneria scelgono questa vita, il Di Rosa proponeva una punizione: lavori pubblici forzati.

Forse il problema è che tendiamo a fare di tutta l’erba un fascio, dimenticandoci delle tre suddivisioni ottocentesche? Oppure pensiamo che gli accattoni siano solo del tipo “volontari”, ovvero persone che consapevolmente scelgono questa vita anziché impegnarsi in altro?

Andiamo a vedere cosa ci dice il Vocabolario (Devoto-Oli, edizione 2002-2003):

Accattone: chi va elemosinando più per vizio che per necessità. Quello che il Clemente di Rosa avrebbe punito, per intenderci.

Pare evidente che questo concetto, legato all’accattonaggio volontario, abbia profondamente permeato la nostra cultura, tanto da meritare tale descrizione anche all’interno del vocabolario.

Ma è sempre volontario l’accattonaggio?

 

 

 

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