Una mattina ti svegli e scopri che tuo figlio, dietro il mitico nickname Skydevil , conduceva le proprie ricerche su suicidio e sistemi di sicurezza in volo.

Ultimamente iniziare la giornata, scendere da quel letto, è diventata una fatica incredibile. Speri di svegliarti, ogni mattina, da un incubo terribile: hai sognato che tuo figlio ha volontariamente ammazzato 150 persone pilotando il suo aereo verso una montagna. Ma si, era solo un incubo.

E invece no. Anche stamattina ti sei svegliata. La consapevolezza cocente. Non è stato un brutto sogno.

Andreas-Lubitz-Afp
Anche stamattina i giornali parlano di Andreas, e lo descrivono come un mostro, che da tempo cercava il modo di compiere quel gesto terribile, e lo faceva nascondendosi dietro un nickname inquietante: Skydevil. Adesso sei tu che speri di non svegliarti più.

Nessuno parla di te, nessuno si chiede come stai, come sta una madre che combatte due lutti terribili. Il primo, quello che nessun genitore si augurerebbe mai, il suicidio del proprio figlio. Il secondo, quello che nessun genitore si aspetterebbe mai, l’omicidio commesso dal proprio figlio. Hai un doppio fardello sulle spalle, e ti stai piano piano rendendo conto che presto ne arriverà un terzo: lo stigma.

Gli occhi del mondo sono puntati su di te: come hai fatto a non accorgertene prima? Non vedevi che tuo figlio non stava bene? Come fa una madre a non scorgere tali turbamenti tra le pupille del figlio? Sono le stesse domande che tu fai a te stessa: ma come ho fatto a non accorgermene? Se me ne fossi accorta prima forse avrei potuto salvare mio figlio, e avrei salvato anche quelle vittime innocenti.

Il senso di colpa che questi pensieri ti causano ogni giorno sta diventando insopportabile, e sta spingendo via l’altro dolore, quello della madre che ha perso il figlio. No, non hai tempo ora per elaborare il tuo dramma. Ora è il tempo dell’accusa e del disonore.

Già, il disonore. Lo vedi negli occhi dei tuoi compaesani, quando esci furtivamente per comprare il pane. Loro si sforzano di mostrarti compassione, ma in te cercano solo la colpa e il disonore, ti scrutano attentamente pensando di scovare in te il seme di quella psicopatologia che hai trasmesso ad Andreas.

Lo stigma: una brutta bestia. E’ la soluzione che il popolo bue adotta in caso di suicidio, omicidio o (peggio) di omicidio-suicidio. La malattia mentale viene vista esattamente come la peste: parola d’ordine allontanarsi da tutti i parenti il più possibile, per non venire contagiati.

E infatti ti hanno lasciata sola: poche telefonate imbarazzate all’inizio, ma poi dopo il ritrovamento della scatole nere, è calato il silenzio attorno a te.

Sei sola, con il tuo dolore. Senza un corpo, senza una lapide su cui versare lacrime. Non puoi nemmeno andare a portare dei fiori su quella maledetta montagna, perchè verresti mangiata viva da quei giornalisti di merda, che ti seguono ormai dappertutto.

Non puoi fare molto.

Puoi solo guardare le foto del piccolo Andreas, quando correva sorridente per casa con quel piccolo aeroplanino di plastica, sognando di fare il pilota.

Da grande. child air

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