Il bullismo, dice la definizione, è un comportamento aggressivo, subìto ed indesiderato, tra bambini in età scolare, che coinvolge un reale o percepito squilibrio di potere. Questo comportamento viene ripetuto (o ha il potenziale per essere ripetuto) nel tempo.

Quindi, pare che il bullismo sia una “faccenda tra bambini”, almeno nell’immaginario comune, o quantomeno leggendo le definizioni più diffuse. Ergo, finita la scuola, finito il problema.

E invece no.

I segni e le cicatrici (non quelli fisici, ma quelli emotivi) rimangono per sempre, e condizionano scelte lavorative, sociali, matrimoniali, ecc.

Inoltre, quelle che nella definizione sarebbero le vittime del bullo (altresì detto persecutore), in realtà non hanno, come si potrebbe immaginare, un ruolo passivo statico e sempiterno ma, nel tempo e comunque in determinati contesti, possono modificare il loro comportamento ribaltando le proprie ed altrui sorti, assumendo ruoli aggressivi prima inimmaginabili.

Fino ad arrivare a gesti estremi, come è successo a Zdeněk Kovář, 63 anni, che il 24 febbraio 2015 è entrato in un zdnristorante a Uhersky Brod, cittadina della Moravia, in Repubblica Ceca, ed ha sparato uccidendo otto persone, per poi sucidarsi.  Poco prima ha telefonato ad un reporter della TV locale dicendo: “La gente mi fa male, sono vittima del bullismo e le autorità non mi aiutano. Ora vado a regolare i conti”. Inutilmente, il giornalista ha tentato di trattenerlo al telefono per riuscire contemporaneamente ad avvertire la polizia.

Zdeněk faceva l’elettricista in un’azienda importante, un buon posto di lavoro. Ma poi è stato licenziato, per motivi non ancora ben noti ai media. Pare che le relazioni con i colleghi fossero tese.

Come al solito le reazioni di tutti sono state incredule: chi si sarebbe aspettato un gesto simile da Zdeněk? Nessuno ovviamente. Perchè certi dolori le persone se li portano dentro, li nascondono agli occhi indiscreti e spesso critici degli altri, per non subire altre onte, per non vergognarsi.

Una vittima del bullismo.

Una storia agghiacciante, soprattutto per quel 63 che è ben lontano anagraficamente dalla fascia adolescenziale. Ci hanno stupito meno le stragi compiute nelle scuole americane negli ultimi anni, compiute da adolescenti.

jayPensiamo ad esempio alla Pilchuck High School, Marysville (Washington), dove il 24 ottobre 2014 il quindicenne Jaylen Fryberg, nativo indiano, ha sparato nel bar della scuola uccidendo 4 persone, poi si è tolto la vita.

Tra le vittime Zoë Raine Galasso, la sua ex, e Andrew Fryberg (suo cugino, fidanzato da poco con Zoë). Jaylen era vittima di bullismo, soprattutto di stampo razzista. Anni di rabbia nascosta, poi Zoë lo lascia, è la goccia che fa traboccare il vaso.

Sul suo profilo Twitter l’ultimo messaggio datato 23 ottobre:

“It won’t last…. It’ll never last….”

Non durerà, non potrà mai durare.

Ma se volete un vero compendio di vendetta cruda e violenta, leggetevi la storia del massacro alla Columbine High col1School, Littleton (Colorado), datato 20 aprile 1999. E’ la vendetta di Eric Harris e Dylan Klebold, diciottenni depressi e socialmente isolati, gli sfigati della classe.

Al termine della sparatoria rimasero uccisi 12 studenti e un insegnante, mentre 24 furono i feriti. Loro, gli assassini, si tolsero la vita contemporaneamente, sparandosi alla testa.

Un omicidio-suicidio di coppia, così, tra amici.

col2Erano vittime di bullismo.

Gli sfigati, come amavano chiamarli i compagni, si sono presentati a scuola armati fino ai denti, e hanno fatto un macello, al punto che la polizia per ore non ha avuto il coraggio di entrare, pensando che dentro vi fosse un commando di terroristi. Per essere più precisi, la sparatoria durò in tutto 20 minuti, ma la polizia entrò nella scuola solo 4 ore dopo (…).

Faccenda “tra bambini”?

Ci sono tante altre storie, fatte di morti, sevizie, aggressioni. La vittima del bullismo rimane ferita per sempre, e nella migliore delle ipotesi porta dentro sé una cicatrice silente ma comunque dolorosa. In alcuni casi il desiderio di vendetta serpeggia per anni attraverso la vita di questi esseri sventurati, per poi scaturire in gesti di cui, purtroppo (e sempre più spesso) sentiamo parlare mentre mangiamo il piatto di minestra serale.

Onestamente non credo mi stupirei se si dovesse scoprire che le voci dei tabloid sul bullismo subìto dal copilota Andreas Lubitz sono fondate.

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