Alghero, luglio 2015.

Sono le 16.00, e la temperatura è artificialmente resa piacevole dentro la stretta sala d’aspetto del Pronto Soccorso. Sette persone sedute sulla destra attendono il loro turno, in silenzio. Quale miglior contesto per studiare un po’? Mi sono portato un libro, che vorrei finire entro l’estate,  sapendo di dover passare diverse ore in un PS. Rimango in piedi, sulla destra, di fronte al box delle accettazioni, deserto.

Inizio a leggere: prima o poi qualcuno verrà ad accettarmi, penso.

waiting-clipart-waiting-roomAlla fine della prima pagina, una ragazza inizia a sbuffare:

“Non è possibile…due ore e mezza. Due ore e mezza, questi sono pazzi!”

Qualcosa dentro me inizia a palpitare. Due ore e mezza: significa che dovrò star qui in piedi a leggere fino alle 18.30?

Lo sfogo della prima ragazza ha funzionato da trigger, elicitando presto altre reazioni dei presenti. Qualcuno si alza, e chiama qualcun’altro al cellulare per dire che, sì, sembra incredibile, ma nonostante si trovi lì dall’una nulla è successo, a parte tre ambulanze che devono aver portato altrettanti sventurati.

Se si agitano ho finito di leggere, penso, e inizio ad agitarmi anche io.

Entra una donna, viso pallido, andatura instabile, occhiaie. Qualcosa di doloroso penso, forse cefalea. Facendomi sentire un pirla, la signora suona senza indugio il campanello, e subito arriva un’infermiera nel box accettazioni, che mi chiede cosa mi serve.

“Ho un problema alle orecchie”, rispondo, facendo calare il silenzio generale tra chi non vedeva l’ora di interessarsi ad un nuovo evento fenomenologico nella vana speranza che il tempo passi più in fretta.

Mi sento osservato.

“Ovvero?” chiede l’infermiera?

Vorrei mentire presentando una sintomatologia grave, dolori, insonnia, sperando di beccarmi un codice diverso dal Verde, ma non ci riesco.

“Credo di avere due tappi di cerume, sono praticamente sordo qui a destra”.

Silenzio.

L’infermiera mi guarda:

“Ma Lei è residente?”

“No, sono un turista

“Ma allora ha sbagliato posto! Deve andare dalla Guardia Medica Turistica, qui a fianco. Vedrà che farà sicuramente molto prima di loro!” risponde sardonicamente, attirando senz’altro lo sguardo benevolo degli astanti, lo stesso riservato a me che esco con la coda fra le gambe.

Suono il campanello della porta a fianco: esce una signora grassottella, polo nera, gonna grigia, che apre la porta senza dire nulla.

“Sono un turista” specifico subito, “ho un problema alle orecchie”, rimanendo sulla porta.

“Beh?” dice lei.

“Nel senso…affari miei?”

Lei ride: “Beh, se vuole che la visiti non se ne stia lì impalato, forza, entri!”

Zero coda, sono l’unico. All’interno c’è un’altra dottoressa (vestita di verde, non puoi sbagliare) che subito mi ruba il libro, trovandolo interessante. Sono due persone gentilissime, squisite, e iniziamo a conversare amabilmente sulla mia professione, sulla psicologia, sulla lettura, e parliamo anche dei miei tappi di cerume.

“Guardi, signor Bulla, non possiamo fare molto. Deve toglierli. Se vuole oggi l’otorino visita privatamente su in Reparto. Altrimenti dovrebbe aspettare diversi giorni per avere la visita a convenzione, che comunque le costerebbe poco meno”.

Ragiono rapidamente: o faccio la visita privata e pago subito, oppure devo aspettare, ritornare, orecchio tappato,ecc.

Sono salito in Otorinolaringoiatria. Cerco di tenere a freno i miei pensieri disfunzionali stimolati dall’ambiente che mi circonda, ripetendomi che la competenza non è legata allo stato (decadente) della struttura. L’ospedale è fatto dalle persone, e non dalle cose. E’ il contenuto ciò che conta, e non la scatola. No?

Ricordo il mio stupore, quattro anni fa, quando andammo a Sassari a far visita a mia cognata in occasione del suo secondo parto. Mia figlia aveva poco più di due mesi. Prendemmo l’ascensore. Con noi, anche un’infermiera che spingeva un carrello d’acciaio, con dentro quattro neonati. Ricordo anche il Reparto, con alcune mattonelle (mattonelle) sollevate, finestre aperte per il gran caldo. Era il 2011.

Un grosso ago maneggiato da un Otorino sta aspirando cose indescrivibili dalle mie orecchie, tra lo stupore suo, mio, e della sua collega. Mi sento in colpa per aver inconsapevolmente contenuto siffatta quantità di materia cerulea, e frugo nella memoria per capire cosa ho fatto di sbagliato.

La collega regge una garza, nella quale il collega depone i tesori raccolti dall’ago magico. Lei mi guarda e ride:stappa

“I turisti portano in Sardegna questi bei tappi, dopo averli conservati gelosamente. Vengono qui e noi li stappiamo”.

Credo abbia capito dal mio sguardo che non stavo apprezzando la battuta. Ho capito che aveva capito quando ha fallito goffamente il tentativo di lanciare la garza con i tesori entro il cestino dei rifiuti alla sua sinistra.

Stava già per pronunciare il fatidico canestro, ma la garza caduta sul pavimento ha smorzato rapidamente il suo sorriso.

“Sono 80 euro” fa lui.

“Non ho contanti, posso pagare con la carta?”

“No”

Altri pensieri disfunzionali.

 

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