Milano, Università IULM.

Scale mobili.

Ho appena terminato la prima delle lezioni di un seminario che ogni anno tengo sulla comunicazione. Scendo dal terzo piano, su queste scale mobili intasate di studenti. Alla mia sinistra il grande finestrone d’ingresso. Mi fa sempre un po’ impressione questo androne, e mi chiedo se fa lo stesso effetto anche agli altri. Sono le 16.30 di un grigio lunedì milanese, e la nebbia inizia già a calare. Chissà che traffico, penso immaginando le code che da queste parti si formano con un tempo del genere. La mia giornata non è ancora finita: dovrò arrivare in studio fino a Cremona, e alle 20.00 mi rimetterò in macchina, in mezzo alla foschia della Bassa.

Il treno dei pensieri, come sempre, viaggia sul proprio binario, almeno fino ad un punto, ovvero quando delle persone parlano di un argomento che colpisce la tua attenzione, un tema saliente e caro per te. E il treno frena improvvisamente per cambiare direzione.

Dietro di me due studentesse cinguettano sul da farsi:

“Cosa dici: andiamo lo stesso?”

“Ma non saprei, tu che ne pensi?”

“Non so se vale la pena uscire a correre con un tempo del genere”.

Correre.

Ecco la parola magica, che immediatamente aziona l’interscambio del binario, modificando la direzione.

Nemmeno il tempo di chiedere a me stesso se trattasi di due mie studentesse oppure di sconosciute: mi giro di scatto e senza rendermene conto sto già parlando con loro.

“Con questo tempo? Ma è un tempo magnifico, magari avessi qui le mie scarpe e la mia roba: fossi in voi uscirei senza tanti problemi”.

Sguardo attonito, sorrisi imbarazzati: forse non erano nella mia classe. Non replicano al tizio strano davanti a loro sulle scale mobili. Ma io non ci penso troppo perchè in realtà la mia mente è già tornata a quella domenica 18 ottobre, a Cremona. E mi vengono immagini di me che mi riparo sotto ad un cappellino striminzito, la visiera come una tettoia rassicurante che protegge solo occhi e fronte dalla pioggia.

E a catena tutti i fotogrammi si allineano di nuovo di fronte alla mia coscienza. Lo sguardo al cielo poco prima della partenza, mentre la pioggia scende fine ma fitta, non promettendo nulla di buono. Vedo le persone attorno a me in diversi punti della gara. Quel tizio alto quasi due metri coperto fino ai denti di materiale tecnico, una sorta di uomo ragno con zainetto e cuffia. Ha un passo regolare e calmo, come una voce baritonale che prova continuamente esercizi gutturali. C’è anche quel tale piuttosto magro che alla Cinque Porte avevo seguito dal quinto al nono km, passo breve e molto frequente, capelli lunghi tutti bagnati e appiccicati sulla fronte. Un tizio con questo passo me lo immagino nervoso, ligneo, forse a tratti spigoloso.

Poi, alla curva del Migliaro, rivedo quella coppia, sembrano gemelli anche perchè vestono indumenti identici, scarpe uguali, anche la fascia per il sudore è la stessa. Ricordo che per non pensare al freddo che in quella fase iniziava a prendermi per il collo avevo iniziato a pormi domande circa la natura del loro legame: fratelli o fidanzati? Non sono giunto ad una conclusione.

E intorno decine di passanti fermi ai lati della strada, sotto i loro ombrelli, dentro ai loro piumini caldi, che guardano straniti questi 3000 personaggi tutti inzuppati, che corrono seguendo il percorso serpeggiante di una gara tanto attesa dagli sportivi quanto odiata da passanti e automobilisti bloccati. Vedo i loro visi tirati e torvi, mentre forse stanno pensando qualcosa tipo che palle, anche di domenica.

Ricordo benissimo il mio silenzio. Per meno di due ore sono riuscito a non parlare con nessuno, cosa che la mia giornata tipo non prevede mai. Ho guardato, ho pensato, ho ascoltato. Ho capito che preferisco gareggiare da solo, regolarmi con i miei ritmi e con il treno dei pensieri che mi accompagnano lungo il percorso.

Questo è il miracolo della corsa: non sai come ci arrivi ma prima o poi il tuo cervello si stacca dal corpo e dalla fatica (e dalla pioggia, dal freddo, ecc.) e teletrasportato si fa una bella passeggiata in giro per la città.

Roba da psicopatici.

p1564604737-4Salita finale, ciottoli e lastricato bagnati, gente ai lati, fotografi.

Chissà se anche oggi, come successe anni fa la prima volta, piangerò all’arrivo.

Sono arrivato al casello di Cremona: la nebbia non era poi così terribile.

Tag: , , ,