So di essere, da sempre, politicamente scorretto, ma  sono un convinto seguace nella teoria dello “Scontro di civiltà” illustrata per primo, ancora nel secolo scorso, da Samuel Huntington. Sono convinto, cioè, che stiamo assistendo a un nuovo capitolo di quella guerra tra Islam e Cristianità che, a ben guardare, dura da quindici secoli, passando attraverso le battaglie di Poitiers, di Lepanto, di Vienna e molte altre meno conosciute. E’ uno scontro di civiltà, perché basato su due diverse e sostanzialmente incompatibili concezioni della società, dello Stato e perfino del vivere quotidiano. Ma, sia pure a intermittenza, è anche uno scontro armato, che proprio in questo momento, con la nascita del Califfato dell’Iraq e del Levante e il suo invito a uccidere, con ogni mezzo possibile, il maggior numero di “infedeli” ovubnque si trovino e in qualsiasi circostanza, è entrato in una fase parossistica, resa particolarmente pericolosa perchè gli estremisti islamici sono molto, molto più determinati di noi. Ricordo che, durante una trasmissione radio la sera dell’11 settembre, dopo l’attacco alle Torri gemelle, un collega se ne uscì con la frase: “Siamo di fronte a una guerra di chi crede ancora in Dio e chi non ci crede più”: Lì per lì, mi indignai, gli risposi male, ma con il tempo mi sono convinto che non aveva tutti i torti. Basta guardare alla quasi indifferenza con cui l’Occidente assiste, ormai da decenni, alla persecuzione, alla espulsione o addirittura allo sterminio delle comunità cristiane sparse nel mondo musulmano, e allo scarso o nullo impegno che mettiamo – pur avendone i mezzi – nel difenderle. Ma, oltre a quello accennato dal collega, c’è un altro leitmotif in ciò che accade in questo momento: l’Islam, o meglio una sua parte per adesso forse minoritaria ma in continua crescita, sta cercando di prendersi la rivincita per tre secoli (partendo, appunto, dalla battaglia di Vienna) di sconfitte, di umiliazioni e – ammettiamolo – talvolta anche di prevaricazioni.

Il problema è il modo in cui l’estremismo islamico ha deciso di condurre questa guerra: abbiamo assistito orripilati, ma impotenti, alle decapitazioni, alle crocifissioni, alle esecuzioni di massa dei fanatici dell’ISIS.  Abbiamo preso atto del pericolo che i combattenti del Califfato reclutati nelle comunità musulmane dell’Occidente da una rete occulta ma molto abile anche nell’uso della rete ritornino presto o tardi, induriti e addestrati, per portare la guerra in casa nostra. Abbiamo già dovuto registrare diversi episodi che rientrano in questa categoria, cerchiamo di sorvegliare e tenere sotto controllo i guerriglieri jihadisti dopo il loro rientro, ma dal momento che, per loro, è buono non solo ogni mezzo, ma anche ogni bersaglio, difenderci sarà molto difficile. Guardate che cosa è successo, tanto per fare un esempio, ieri a Gerusalemme: un seguace di Hamas, una organizzazione terroristica stretta parente dell’ISIS, ha scagliato il suo furgoncino a tutta velocità contro un gruppo di israeliani fermi a una fermata d’autobus uccidendone uno e ferendone tredici. Che cosa potremmo fare se un qualche aspirante martire facesse la stessa cosa a Milano o a Roma? Niente. E altrettanto  impotenti saremmo se un kamikaze volesse farsi saltare per aria in Duomo o facesse deragliare un treno. La nostra società è, purtroppo, di una vulnerabilità estrema, e le nostre difese sono indebolite dalle nostre stesse leggi che portano magistrati ad assolvere individui chiaramente pericolosi e vietano gli arresti preventivi.

Lungi da me dire che tutti i 16 milioni di musulmani che ormai risiedono in Europa costituiscano un pericolo (anche se rimango convinto che avesse ragione il cardinale Biffi quando, tra lo scandalo generale, disse: “Se dobbiamo proprio prenderci degli immigrati, prendiamoli almeno cristiani”). Ma basta che un centesimo, o anche un millesimo di loro si convertano alle idee dell’ISIS per trasformare le nostre vite. Il pericolo sarà particolarmente acuto dove le comunità musulmane sono particolarmente numerose (e incarognite), come la Francia, la Gran Bretagna e perfino la Svezia, ma neppure noi abbiamo di che stare allegri. Il nemico, purtroppo, è già, almeno potenzialmente, tra noi, e non ce ne libereremo mai più.

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