Silvio Berlusconi continua a ripetere, per ragioni più che condivisibili, che non intende presentarsi come candidato a capo del governo del nuovo raggruppamento di centro-destra che spera di mettere insieme in vista delle prossime elezioni politiche, ma di essere ancora alla ricerca di un erede. Dice di avere in mente alcuni nomi, ma si rifiuta di farli per il timore (legittimo) di bruciarli; esclude (saggiamente) che il prescelto possa essere uno dei suoi figli; accenna, sia pure di sfuggita, che non gli spiacerebbe se si trattasse di una donna; ha fatto capire che, nonostante la sua recente popolarità televisiva,  Salvini gli sembra troppo estremista per una votazione che potrà essere vinta solo conquistando i favori del centro;  ha detto perfino, scherzando, che potrebbe trovare il candidato ….sotto un cavolo, un po’, in fondo, come il PD ha trovato Renzi. Insomma, dà l’impressione di brancolare nel buio, ma, rifiutando le primarie di coalizione a favore di non meglio precisate “conventions”, fa anche capire di volere avere l’ultima parola su chi dovrà, probabilmente nel 2018 ma forse anche prima, contendere Palazzo Chigi al Matteo fiorentino.

Vista tanta incertezza, ci permettiamo, umilmente, di dargli un suggerimento: l’uomo più adatto per guidare la federazione del centro-destra è Carlo Cottarelli, l’uomo del Fondo Monetario internazionale prescelto da Letta per condurre la spending review e congedato poi senza molti complimenti da Renzi quando questi si è reso conto che le proposte del commissario andavano a incidere profondamente nel bilancio dello Stato; che, cioè, seguendo i suoi suggerimenti, bisognava davvero rivoluzionare il sistema, ledendo interessi che in Italia è pericoloso toccare.

Ho avuto il piacere di conoscere Cottarelli quando, a pochi giorni dal suo forzato rientro a Washington, ha fatto una relazione sul suo operato all’Istituto Bruno Leoni. E’ stata un’ora affascinante. Non ha puntato apertamente il dito contro nessuno, ma ha fatto un quadro preciso, sotto certi aspetti quasi clinico, delle ragioni per cui i conti dell’Italia non tornano mai. Non ha puntato il dito contro nessuno, ma quando al termine della relazione gli ho chiesto di fare nomi e cognomi di coloro che, nell’anno trascorso a frugare nelle pieghe del bilancio, lo hanno ostacolato o addirittura sabotato, ha risposto sarcasticamente: “E’ già tardi, e non farei a tempo a fare tutto l’elenco”.

Adesso, lontano dalla mischia, ha dato alle stampe un saggio intitolato “La lista della spesa: la verità sulla spesa pubblica italiana e su come si può tagliare”, di cui ha parlato ampiamente nel numero odierno del “Giornale”(pag.2) il nostro Antonio Signorini e che anch’io ho potuto esaminare nelle ultime ore. E’ un documento non solo devastante per i contenuti, ma anche rivelatrice di una ferma volontà di andare alla ricerca dei rimedi. Se si avesse cominciato a fare fin da subito almeno alcune delle cose proposte da Cottarelli, oggi certo non ci troveremmo più nelle strette in cui ci troviamo. Fare qui un elenco delle inefficienze, degli sprechi, degli ostruzionismi che il commissario ha portato alla luce  nonostante la scarsissima collaborazione dell’alta burocrazia sarebbe troppo lungo, ma i lettori interessati potranno scoprirli da soli facendo un salto in libreria.

Ebbene, io sono convinto che un leader che si presentasse alle elezioni non solo con la volontà, ma anche (diversamente da Grillo) CON LA RICETTA per rimettere i nostri bilanci in ordine e fare veramente pulizia nel sottobosco pubblico avrebbe un grande successo. Se poi non fosse un politico di professione, ma un uomo delle istituzioni, questo successo sarebbe anche maggiore. Perciò, se Berlusconi vuole che il centro-destra torni a vincere, sia pure con un uomo che non ha mai avuto nulla a che fare né con Forza Italia, né con il Pdl e tanto meno con Lega e AN, si affretti a esplorare questa possibilità, naturalmente mettendo a disposizione del “commissario” il veicolo per correre e magari verificando le possibilità di riuscita attraverso uno dei suoi amati sondaggi. Sono certo che non se ne pentirebbe.

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